Il corpo nella teoria della mente di Wilfred R. Bion.

Riccardo Lombardi


Wilfred R.Bion (1897-1979) sviluppò l’impostazione di Melanie Klein in modo autonomo ed originale rispetto allo sviluppo post-kleiniano di autori come Segal, Rosenfeld e Joseph: egli introdusse importanti modifiche del vertice oggettuale alla luce di una prospettiva epistemologica che ricolloca la centralità dell’interesse psicoanalitico sul funzionamento della mente, come era già stato in Freud, ponendo in modo marcato l’accento sui problemi posti dalla osservazione psicoanalitica.

Credo sia oggi interessante interrogare l’opera di Bion in relazione al problema corpo-mente, sia per la crescente attualità che sta mostrando questa prospettiva, sia per il fatto che il riferimento al corpo sembrerebbe – ad un primo sommario sguardo- del tutto estraneo alla prospettiva bioniana: in questa presunta estraneità sembra giocare quello che a me sembra un grossolano fraintendimento, che tende a collocare Bion in relazione ad una dimensione astratta ed intellettuale, con la conseguenza di far perdere il legame del suo pensiero con la dimensione concreta del corpo ed il mondo caotico e ribollente degli istinti. Anche se l’impostazione di questo autore porta alle estreme conseguenze una impostazione ‘psicoanalitica’ centrata sul mentale, Bion resta sempre vicino ad una intensità emozionale che scaturisce direttamente dal corpo, per cui la mente è concepita primariamente in funzione alla sua capacità di contenere il marasma sensoriale e la scarica muscolare: in questo Bion rimane coerente con la prospettiva psicoanalitica di Freud e Klein, che avevano considerato le emozioni di natura corporea quali primi elementi propulsori del funzionamento mentale.

Una pietra fondativa: la coscienza collegata agli organi di senso

Se volessimo rintracciare una pietra fondativa su cui si regge l’edificio bioniano, questo sarebbe da rintracciare nel saggio di Freud sui due principi dell’accadere psichico (1911). In questo saggio Freud contrappone due ordini di principi, uno dominato dalla fantasia e dal desiderio di appagamento per via allucinatoria (principio del piacere), ed uno dominato dalla realtà del bisogno fisico ed istintuale, che preme per un confronto con una realtà, concepita come l’unico ambito dove l’appagamento può essere realizzato in forma non allucinatoria (principio di realtà). Freud altresì enuncia in questo saggio la sua più importante teoria inerente la mente: la mente nasce in relazione alla risposta creata dai bisogni di sopravvivenza posti dalla realtà – bisogni come quelli di un bambino piccolo segnato dalla necessità della fame: una risposta che porta alla formazione di una coscienza collegata agli organi di senso, soprattutto attraverso l’attivazione della funzione di attenzione. La mente che si costruisce su questa base ha la funzione di tollerare la frustrazione e di demandare la scarica motoria. Gli organi di senso sono gli organi di senso specializzati di cui è fornito il corpo in senso anatomo-fisiologico: organi come la vista, l’udito, l’odorato, il tatto, il gusto, che sono in grado di connettere l’individuo alla realtà esterna e di derivarne delle rappresentazioni coerenti e tendenzialmente affidabili.  In questo modo Freud contrappone al corpo istintuale – tirannicamente dominato dalla spinta all’appagamento- la realtà di un corpo sede di uno strumentario percettivo e cognitivo in grado di riconoscere la realtà e ad orientare verso un possibile appagamento reale.

Bion (1962) sceglie di porre il riferimento a questo saggio di Freud a punto di partenza del suo volume ‘Apprendere dall’esperienza’: saggio che inaugura la sua impostazione originale, dopo i primi lavori di impostazione essenzialmente kleiniana, riuniti nel volume ‘Second Thoughts’ (1967) insieme ai suoi ‘ripensamenti’ attuali sulla sua precedente produzione scientifica.  Nella scelta che Bion fa di questo Freud – scelta specifica rispetto a tutti gli altri possibili Freud che egli avrebbe potuto scegliere, visto che Bion non mancava certo di erudizione-   non è difficile riconoscere il profondo influsso derivante dalla sua esperienza di Bion con la psicosi, ovvero un ambito dove la perdità della realtà si fa evidente, come pure si fa evidente l’urgenza a rintracciare la bussola del reale.  Il riferimento a questo Freud sostanzia allora per Bion l’importanza della minaccia istintuale (il corpo istintuale) ad affermare un appagamento su una base allucinatoria; al tempo stesso, sostanzia l’importanza della dotazione degli organi di senso e della coscienza ad essi correlati (il corpo con dotazioni percettive), come la radice prima da cui deriva il funzionamento mentale, evitando il meccanico assoggettamento al principio dell’appagamento immediato e alla follia disorganizzata.

Di tutta l’immensa opera di Freud, Bion sceglie quindi un saggio di poche pagine ed un insieme elementare di concetti per costruire la sua visione della psicoanalisi: si badi bene che il fatto si tratti di concetti elementari, non significa che le implicazioni che ne derivano siano scontate o che siano di facile ed immediata rintracciabilità. Questa scelta di Bion appare non casualmente orientata ad una semplificazione dell’apparato concettuale della psicoanalisi, ad un radicamento di tale apparato concettuale nei problemi dei casi gravi e nei livelli primitivi di funzionamento, nonché al suo interresse a stabilire il focus centrale della psicoanalisi nei problemi connessi alla genesi del pensiero, e al problema epistemologico più in generale. Con questa scelta Bion sembra, inoltre, quasi voler invitare il lettore a diffidare da concettualizzazioni troppo complesse, come accade in quei contesti non così inusuali, in cui il discorso psicoanalitico viene gestito con connotati intellettualistici, per cui si perde la rintracciabilità di un suo significato alla luce immediata del senso comune.  Chi conosce l’opera di Bion, sa anche che questo diffidare dalle concettualizzazioni tautologiche e difensive, non equivale a rinunciare ad un vertice centrato sull’astrazione, per cui tutta la sua opera di Bion si caratterizza con una sua costante sfida alla comprensione: desidero, però, sottolineare che il difficile accesso all’opera di Bion, non è legato ad un suo impianto intellettualistico e labirintico, quanto alla necessità di ricorrere all’astrazione per avvicinare i difficili problemi posti dalla pratica psicoanalitica con gli analizzandi con difetto di pensiero e alla necessità di responsabilizzare il lettore verso una lettura personale che sia il riflesso di una propria effettiva esperienza, piuttosto che di una mera operazione intellettuale. A render meno agevole l’accesso a Bion, contribuisce, inoltre, una non felice traduzione italiana, per cui non raramente il testo inglese originale appare più semplice ed accessibile.

Il circuito corpo-mente e la conoscenza della psicoanalisi

La relazione che Bion stabilisce con Freud e con il non meno determinante contributo di Melanie Klein è impregnata dall’idea che non è possibile pensare il contributo di questi maestri senza fare i conti con la responsabilità di una lettura personale dello sviluppo psicoanalitico.

Egli scrive:

“un analista deve avere la capacità di vedere le implicazioni di ciò che hanno detto i suoi pazienti e gli analisti che lo hanno preceduto e non la quantità di modi in cui lo hanno detto. Le implicazioni del saggio di Freud sui due principi dell’accadere psichico sono state ampiamente riconosciute in psicoanalisi: il che non significa che ogni psicoanalista ne ha preso atto. [..]  Il saggio di Freud va letto e poi ‘dimenticato’.  Solo così è possibile produrre le condizioni in cui, quando lo si tornerà a leggere, esso potrà stimolare l’evolversi di un progresso. [..] voglio dire che ci sono dei libri, come alcune opere d’arte, che suscitano potenti sensazioni e che stimolano molto fortemente la crescita di un individuo”( 1967, tr it 237-8, mio il corsivo).

La proposta di Bion di considerare ‘le implicazioni di ciò che hanno detto [..] gli analisti che lo hanno preceduto’ comporta mettere l’accento sul valore di impatto verso il cambiamento che deriva dal testo psicoanalitico, un impatto orientato verso il futuro piuttosto che verso una conoscenza erudita del passato. Il suo sottolineare l’utilità dell’atto del dimenticare deriva dal riconoscimento del ruolo dell’inconscio nell’ambito dei processi cognitivi. L’inconscio contribuisce a determinare la determinante oscillazione che caratterizza il campo del pensiero, una oscillazione che va dalla astrazione dello scritto alle “potenti sensazioni” di natura corporea, per ritornare poi nuovamente al pensiero. In questo modo sistole e diastole [Gestaltung / Umgestaltung avrebbe detto Goethe] contribuiscono al funzionamento del pensiero, non meno di quanto accade con l’oscillazione di sistole e diastole nel funzionamento del sistema circolatorio.

La conoscenza psicoanalitica che conta per Bion è quella in grado di passare il vaglio del coinvolgimento sensoriale personale: il pensiero astratto svela la sua rilevanza quando è stato in grado di diventare materia corpuscolare che concretamente scorre nelle vene e nei tessuti del corpo, pronta a contribuire alla genesi di un nuovo pensiero sulla scia delle sollecitazioni indotte dall’esperienza presente.

Questo circuito mente-corpo/ corpo-mente è importante perché non si riferisce solo alla lettura del testo psicoanalitico, ma diventa un modello con implicazioni più vaste che condensa in qualche modo il senso più intimo di un approccio bioniano alla clinica psicoanalitica.  Il circuito corpo-mente-corpo svela il suo valore nel contesto della seduta psicoanalitica, dove paziente e analista sono confrontati con l’impatto sensoriale e corporeo dello scambio simbolico verbale: dietro ogni comunicazione si muove il travaglio della elaborazione messa in moto dall’impatto comunicativo, il travaglio delle sensazioni corporee e la successiva necessità di riformulare e ritradurre l’esperienza interna in una nuova formulazione astratta.

Legami e Invarianti del funzionamento interno

La presenza dell’inconscio impregna profondamente la prospettiva bioniana:  l’inconscio viene però inteso non soltanto come l’inconscio freudiano “rimosso” –che già presuppone una organizzazione mentale- , ma  soprattutto come l’incnscio non-rimosso, ovvero ‘il vuoto e informe infinito’ [Milton], in cui l’attitudine a pensare non è stata ancora messa in moto o per cui il pensare svela i suoi limiti inevitabili, rispetto a tutto ciò che resta strutturalmente impensabile ed inconoscibile (Lombardi 2009a). Se il soggetto trascura di introdurre una sua specifica attitudine a pensare non si costituisce nemmeno una differenziazione tra conscio e inconscio: e Bion dà a questo orientamento alla costruzione di pensieri il nome di ‘funzione alfa’ per sottolineare che si tratta di una funzione non conoscibile in sé.

Bion enfatizza l’importanza dei legami interni tra i pensieri (Bion 1959)  e del sistema di teorie che organizzano il funzionamento mentale (Bion 1962b).  Egli introduce il termine ‘vertice’ -mutuandolo da matematica e topologia- per enfatizzare la specificità di un particolare angolo osservativo rispetto al fenomeno che viene osservato. Partendo dall’assunto che la realtà resta nella sua essenza ‘noumenica’ (Kant), egli attribuisce un ruolo centrale ai fenomeni di astrazione che permettono di avvicinare alcuni invarianti del funzionamento mentale: così facendo egli sposta l’interesse della psicoanalisi dai fenomeni relazionali ai fenomeni di legame e alla forma di organizzazione della mente.  Dal punto di vista clinico questo spostamento di vertice permette di avvicinare clinicamente pazienti con gravi dissociazioni ed ampie aree di funzionamento asimbolico.  Rispetto ai livelli di funzionamento primitivi, potremmo dire che il legame concretizzazione-astrazione – legame che marca in modo specifico tutto il funzionamento dell’asse verticale della sua griglia (Bion 1963) –  è l’espressione di un legame che investe la relazione tra la traccia sensoriale corporea e i fenomeni rappresentativi di natura mentale. In questo modo Bion sviluppa in modo specifico un’area già segnalata da Freud  (1915) quando, sollecitato dai problemi posti dalla psicosi, aveva sottolineato l’importanza del legame tra rappresentazione di cosa (Dingvorstellung) e rappresentazione di parola (Wortvorstellung).

Nel cercare di mettere a fuoco alcune idee di Bion sulla relazione con il corpo e sul passaggio dal fisico al mentale procederò con il considerare più nello specifico alcuni concetti che Bion enuncia già nei suoi primi lavori, ovvero il ruolo degli organi di senso nella costruzione di una conoscenza della realtà, l’importanza della trama pre-verbale nella costituzione della mente ed il determinante ruolo organizzativo del pensiero verbale. In questa sequenza “organi di senso –> trama pre-verbale –> organizzazione verbale” possiamo riscontrare una sorta di vettore corpo-affetti-pensiero (come l’ho definito in un’altra occasione, Lombardi 2009b), che porta dalla concretezza fisica degli organi di senso specializzati al pensiero astratto e simbolico: un vettore che, pur non essendo enunciato esplicitamente da Bion, traspare in controluce da una considerazione dei suoi scritti.

Funzione mentale degli organi di senso del corpo e ‘common sense’

Nel suo primo lavoro su “Il gemello immaginario” (1950), Bion introduce importanti osservazioni per cui la psicoanalisi viene collocata, piuttosto che in relazione alla ricostruzione nel transfert di passate esperienze relazionali rimosse, alla attivazione delle risorse percettive che si acquisiscono imparando ad utilizzare gli organi di senso specializzati. Egli scrive:

“Nei casi menzionati la facoltà visiva rappresenta l’emergere di una capacità atta ad esplorare l’ambiente; c’è da dire a questo proposito che anche l’analisi venne (dai pazienti) percepita come un ulteriore strumento posto a disposizione per l’indagine della realtà. (..) In ognuno dei casi esaminati ho ricevuto l’impressione che la vista era sentita dal paziente come un fattore comportante problemi di manipolazione di un nuovo organo di senso” (mio il corsivo).

In questo modo la dotazione corporea dell’organo di senso – in particolare della vista, ma non di meno degli altri organi di senso- viene a costituire una fonte decisiva del funzionamento mentale, in particolare dell’orientamento realistico del soggetto costituito dall’area non-psicotica della personalità. Nella descrizione del trattamento di uno psicotico con un grave disturbo del comportamento alimentare ho riscontrato per esempio l’attitudine ad un uso sensoriale degli organi di senso, per cui gli occhi erano equiparati ad una grande bocca da cui ricavare una soddisfazione a divorare e conseguente angoscia paranoide ad essere schiacciato e divorato dallo sguardo altrui (Lombardi 2003a, 2006). In un altro grave caso di schizofrenia con gravi sintomi confusionali sino alla compromissione di tutto il funzionamento mentale ho viceversa riscontrato come un orientamento clinico attento a valorizzare l’attività senso-percettiva visiva ed il suo collegamento con le tracce verbali in analisi sia diventata il nucleo basico da cui partire per la ricostruzione dell’apparato per pensare (Lombardi 1987, 2003b).

Il soggetto realizza un accesso alla realtà esterna grazie all’uso dei vari organi di senso specializzati  del corpo: la messa a confronto di questi dati senso-percettivi permette di costruire quello che Bion chiama un senso comune (common sense), inteso come un vertice privato interno all’individuo che beneficia dell’apporto delle varie fonti senso-percettive. I sensi vengono a costituire una sorta di funzionamento gruppale interno al soggetto, orientati alla registrazione della realtà e alla genesi di esperienza e pensiero:

“Una adeguata descrizione che riguardi una esperienza è sentita essere supportata da tutti i sensi senza disarmonia” (1992, 10, mio il corsivo).

Una disarmonia tra le varie percezioni sensoriali segnala una carenza di contatto con la realtà, e quindi un indebolimento della capacità di apprendere dalla esperienza.

Verità e coerenza sensoriale interna

Partendo da questa prospettiva, la verità appare per Bion essere innanzitutto questa esperienza di coerenza tra le sparse impressioni sensoriali.  La mente funzionerebbe come una sorta di Sherlock Holmes che mette insieme i vari dati a disposizione per trovare una coerenza interna che renda plausibile e realistica la connessione tra i vari dati.

“Se i dati messi in correlazione tra loro vengono ad armonizzarsi, viene esperito un senso di verità (a sense of truth); è auspicabile che venga data espressione a questo senso (di verità) in un enunciato funzionale ad un enunciato di verità (a truth-functional-statement). Il fallimento nel compimento di questa congiunzione di dati sensoriali, e perciò di coerenza tra i vari sensi (a commonsense view), induce uno stato mentale di debilitazione nel paziente, come se la carenza di verità sia qualcosa di analogo ad una carenza alimentare” (1967, 182 tr it modif).

Vediamo in questo passaggio come Bion differenzi ‘senso di verità’ e ‘formulazione che ha funzione di verità’: una differenziazione tra ciò che potremmo da una parte ascrivere a un vissuto sensoriale (‘senso di verità’) e dall’altra ad un livello rappresentativo (‘formulazione che ha funzione di verità’).  Tali aspetti colgono funzioni differenti sul versante corporeo-sensoriale e sul versante verbale-rappresentativo.  Nella clinica questo per esempio corrisponde alla distinzione che esiste tra comunicazioni che hanno eminentemente valore rassicurativo – o che sono ascritte a questa funzione da un orientamento del paziente- e comunicazioni orientate ad essere elaborate sul versante percettivo e mentale.

La verità – a cui Bion tenderà ad attribuire sempre più valore con lo sviluppo del suo pensiero – sembra trovare origine nella esperienza di relazione corpo-mente che il soggetto fa mettendosi a contatto con la realtà attraverso la mediazione dei propri organi specializzati di senso, sino alla costruzione di un ‘common sense’ che ha valore di integrità psicosomatica, al punto tale che una carenza di verità indurrebbe per Bion uno stato di malessere fisico analogo ad uno stato di malnutrizione.

Possiamo osservare l’integrazione promossa dal senso comune interno al soggetto in tutte quelle condizioni cliniche in cui la mente si tiene in una condizione di isolamento rispetto all’esperienza fornita dal dato corporeo.

Non andrebbe trascurata la distinzione di Bion tra ‘commonsense view’ operativo nell’ambito della ‘conoscenza privata’ (private knowledge) è un ‘common emotional view’, grazie a cui la consapevolezza dell’odio può tenersi collegata alla consapevolezza dell’amore per lo stesso oggetto. In questo modo egli descrive due differenti livelli di integrazione: uno di livello senso-percettivo inerente i dati provenienti dalla conoscenza della realtà, ed un altro di livello emozionale inerente i livelli di integrazione amore ed odio – livelli già descritti da M.Klein in relazione al cosiddetto conflitto depressivo. Le implicazioni cliniche del primo tipo di integrazione – ovvero di una integrazione senso-percettiva – portano a considerare che ogni affermazione pronunciata dall’analista andrebbe passata al vaglio di un senso di coerenza sensoriale interna (coerenza tra i vari sensi e coerenza di sentire e pensare) per poter arrivare a dar voce, attraverso i propri enunciati, ad una posizione personale da cui possa derivare una chiara e autentica dinamica anche sul piano intersoggettivo. Viceversa l’uso di enunciati che non corrispondano ad una qualche forma di esperienza sensoriale autentica sembrano puramente formalistici e incapaci di orientare l’analisi verso un processo di cambiamento.

Il pensiero pre-verbale

Bion, già dai suoi primi studi, non  trascura le implicazioni del pensiero preverbale, in particolare del pensiero visivo e del pensiero uditivo, ovvero delle forme che si organizzano in prossimità con l’esperienza corporea.

“L’esperienza clinica mi ha convinto che, sin da quando la vita ha inizio, esiste un certo tipo di pensiero: esso non è collegato con la parola e la funzione uditiva, bensì con la funzione visiva e si esprime attraverso ciò che potremmo definire degli ideogrammi”  (1967, tr it 82, mio il corsivo).

Forme di organizzazione visiva rappresentano quindi per Bion aspetti di un pensiero pre-verbale. Allo stesso modo l’esperienza uditiva si può prestare a forme organizzative di tipo pensante secondo una logica più prossima alle forme del processo primario, come accade nel caso del linguaggio musicale. Senza negare il valore organizzativo di queste forme non verbali del pensiero, Bion appare però più interessato a valorizzare il ruolo cardine del linguaggio quando si tratta di affrontare il problema del contenimento delle manifestazioni psicotiche. A proposito di alcune manifestazioni del pensiero pre-verbale per esempio Bion commentava che

“si tratta di un tipo di costruzione che può andar bene per il linguaggio musicale, ma non altrettanto per una articolazione verbale completa quale è quella usata da parte della comunicazione non-psicotica” (1967, 72).

La musica si può prestare a rappresentare quella intraducibile area di confine del mondo sparso ed intraducibile delle sensazioni corporee con uno stato d’animo più definito, come un sentimento, senza perdere il legame con l’ambiguità propria alla logica degli affetti.

Il soggetto immerso nel magma confusionale psicotico può essere, quasi inaspettatamente, particolarmente sensibile alle manifestazioni del pensiero pre-verbale di tipo visivo o uditivo come la pittura e la musica:  questo tipo di espressioni possono proporre stimolanti esperienze di rispecchiamento, visto che le manifestazioni artistiche si prestano a rappresentare le più intime esperienze interne.

L’impatto organizzativo della esperienza musicale può realizzarsi anche nell’analista, quando questi abbia sensibilità verso il registro sensoriale uditivo, nel senso che l’esperienza dell’ascolto musicale può aiutare l’analista ad avvicinare e trovare corrispondenza oggettivabile con le espressioni più recondite delle melodie, altrimenti non-udibili, dell’inconscio proprio e di quello del paziente (Lombardi 2008).

Non va, infine, trascurato che alcune concezioni di Bion come quella della funzione di reverie o il concetto di contenitore –nel contesto della relazione contenitore/contenuto- si applicano in modo particolare al ruolo trainante e organizzante nella relazione analitica di esperienze di natura preverbale, che solo in parte possono essere tradotte a livello rappresentativo verbale.

Il pensiero verbale

Se già Freud ne “L’Io e l’Es” aveva sottolineato l’importanza del collegamento tra l’esperienza sensoriale interna e la traccia verbale per la costituzione del Preconscio, anche per Bion la funzione del pensiero verbale è insostituibile per la costruzione delle funzioni della coscienza:

“è esso che provvede ad integrare e ad articolare le varie impressioni sensoriali, ricoprendo un ruolo insostituibile nel prendere coscienza della realtà interna ed esterna”

Secondo Bion il legame della mente con le esperienze preverbali è utile ed arricchente, ma la crescita della mente non può rinunciare al determinante ruolo integrativo e rappresentativo del simbolo verbale:

“L’aspetto più saliente del linguaggio evoluto consiste nell’enorme semplificazione del compito che si presenta a chi se ne serve per pensare o parlare. Esso costituisce cioè uno strumento attraverso il quale un problema può essere avviato a soluzione in quanto può essere enunciato”. (1976, tr it 100).

Bion (1970) riprendere questo problema inerente il ruolo del linguaggio in relazione alla esperienza dell’inconscio e dei livelli sensoriali pre-verbali nelle ultime pagine di ‘Transformations’:

“Messa di fronte all’ignoto, al ‘vuoto e informe infinito’, la persona, di qualsiasi età, riempie il vuoto (satura l’elemento), fornisce una forma (dà un nome e lega una congiunzione costante) e pone confine all’infinito (numero e posizione). La frase di Pascal ‘Les silences de ces espaces infines m’effraié’ può servire come espressione dell’intolleranza e del timore dell’ ‘inconoscibile’ e quindi dell’inconscio nel senso di ciò che non è stato scoperto o di ciò che non è ancora evoluto” (1965, 235, tr it modif, mio il corsivo).

L’esperienza dell’inconscio implica allora per Bion il confronto con il disorganizzante abisso dell’ignoto (Lombardi 2009): a questo ignoto costituito dal mondo informe delle sensazioni corporee  –che in origine corrispondono ad un infinito vuoto e senza forma –  il soggetto ha bisogno di reagire con la costruzione di legami mentali in grado di organizzare la mente. Questo spiega il costante ruolo propulsivo offerto dal linguaggio, ovvero dell’importanza di una continuità del dialogo nella relazione analitica, nella tecnica di ispirazione bioniana, caratterizzando un approccio clinico che per esempio è molto differente dalla concezione di quegli autori come Winnicott (1953) che sottolineano il ruolo terapeutico della esperienza di essere tenuti (holding) nello stato di regressione e il valore comunicativo del silenzio (Khan 1960), o una mera esperienza di empatia e rispecchiamento (Kohut 1979).   Va altresì sottolineato che il linguaggio cui si riferisce Bion è sempre specificamente dotato di una qualche continuità e corrispondenza con l’esperienza sensoriale corporea, altrimenti la pressione istintuale somatica rimarrebbe conchiusa in sé stessa ed esposta alla turbolenza catastrofica.

Il riferimento di Bion alla necessità di fornire una forma e di porre confini all’infinito sottolinea l’inevitabile approssimazione a cui è esposto il linguaggio nel cercare di avvicinare l’ineffabilità della esperienza interna e dell’analisi.  Questo elemento fa riflettere su quanto insufficiente possa rivelarsi una concezione letterale della interpretazione (soprattutto l’idea di Strachey di una interpretazione mutativa o l’idea della Klein circa l’esistenza di una interpretazione completa che metta insieme angosce, difese e transfert con i suoi riferimenti all’attualità e al passato), proprio perché queste concezioni appaiono eccessivamente saturate da un pre-codificato legame con la teoria.

Per Bion il dialogo analitico fa essenzialmente riferimento alla costruzione di modelli mentali, come precursori di una ipotesi in attesa di essere definita, anche qualora  il contenuto dell’ipotesi venisse poi scoperto corrispondere a quanto già descritto nelle teorie analitiche più comunemente disponibili (Lombardi 2003, 2004).  Attraverso la mediazione offerta dalla costruzione dei modelli mentali nel contesto del dialogo analitico, il soggetto diventa in grado di osservare sé stesso e le sue proprie modalità di disporre la mente.

Attacchi al legame

Nel saggio sui “Criteri differenziali tra personalità psicotica e non-psicotica” (1955), Bion ritorna a valorizzare il nucleo percettivo funzionante del soggetto correlato alla dotazione fisica degli organi di senso, per differenziare la disposizione non-psicotica (in grado di operare percezioni realistiche soggette al test di realtà) dalla disposizione psicotica, che è mossa dalle dinamiche istintuali e si caratterizza per l’attitudine a realizzare distruttivi “attacchi al legame” (1957).   Gli attacchi al legame non si riferiscono al legame tra bambino e seno materno / oggetto madre, come era stato per gli attacchi sadici al seno descritti da Melanie Klein, ma è soprattutto al legame tra i pensieri, nonché al legame tra organi di senso specializzati del corpo e coscienza, ovvero al legame tra corpo e mente.

Per Bion la personalità psicotica è incapace di rimozione: da questo discende che l’uso della identificazione proiettiva –essenzialmente di valore comunicativo- diventa essenziale per la gestione delle pressioni sensoriali. Negli stati primitivi l’esperienza del corpo e delle sensazioni è mediata dalla funzione di reverie materna. Bion scrive in ‘Attacchi al legame’:

“una di queste funzioni [ovvero gli oggetti di cui il paziente ha esperienza negli stati precoci] – troppo minacciosa perché possa essere contenuta dentro di lui- è costituita dalle sue stesse sensazioni; facendo ricorso all’identificazione proiettiva egli si procura la possibilità di studiare e proprie sensazioni attraverso l’effetto che esse producono nella personalità in cui le ha proiettate. Se gli viene negato tale ricorso – o perché la madre è incapace di fare da magazzino delle sue sensazioni o perché l’odio e l’invidia non permettono al soggetto che la madre eserciti tale funzione – allora ciò che segue è la distruzione del legame tra neonato e seno e una grave compromissione della tendenza alla curiosità, la sola tendenza mediante la quale può forgiarsi ogni ulteriore nozione” (1967, tr it 162).

La mente come apparato digerente

Il funzionamento della mente è assimilato da Bion (1962) a quello del sistema digerente: in questo modo egli attribuisce al corpo una funzione di modello biologico su cui si costruiscono nel tempo i connotati della funzione mentale.  Questo vertice è ripreso e sviluppato in modo sistematico da Bion in associazione ad un modo di intendere la psicoanalisi come capacità di operare consapevolezza in presenza di emozioni, un punto di vista per cui crescita affettiva e crescita cognitiva sono indissociabili: l’ottica ‘digestiva’ è più che una metafora, nel senso che anche nel senso letterale la più astratta capacità di astrazione è il diretto derivato di una esperienza sensoriale ed affettiva, e quindi di un dato corporeo. Già nel saggio del 1955 “Development of schizofrenic thought” Bion aveva riportato il caso di un paziente

“che mi disse che lui usava come cervello il suo intestino: una volta che io osservai che forse aveva ingoiato qualcosa replicò che ‘gli intestini non ingoiano’” (1967, 70).

E’ molto probabile che questa ed altre esperienze cliniche abbiano  stimolato Bion al punto da arrivare a rappresentare la mente come un canale digerente. La scelta di una lettura del genere presuppone una concezione per cui il mentale si configura sul somatico;  equivale inoltre a riconoscere uno statuto individuale alla mente, dato che essa si costruisce a partire dalla esperienza del corpo del soggetto, e non sulla mera base di un processo introiettivo dall’esterno.  Come appunto aveva notato il paziente di Bion – “gli intestini non si ingoiano”, ma preesistono all’incontro con il seno e all’arrivo del latte.

La contaminazione che Bion opera tra l’approccio ‘bi-personale’ della Klein e il contributo ‘uni-personale’ di Freud lo porta ad imprimere un impatto fortemente originale al suo pensiero.

“Può essere utile supporre che nella realtà esista un seno psicosomatico e, nel bambino, corrispondente al seno, un canale alimentare psicosomatico. [..] (il bambino) ha la consapevolezza di un bisogno non soddisfatto.  Se partiamo dall’idea che esiste in lui un equipaggiamento atto a sperimentare la frustrazione, ci è consentito dire che il bambino si sente frustrato; a un equipaggiamento di questo genere si riferisce appunto il concetto usato da Freud di ‘coscienza come organo sensitivo che serve a percepire le qualità psichiche’ “ [..] il bisogno del seno è una sensazione: questa sensazione la chiamiamo seno cattivo [..] prima o poi il seno desiderato non è più sentito come presenza di un seno cattivo bensì come ‘idea’ di un seno che non c’è più. Come si vede è molto più probabile che venga riconosciuto come idea il seno cattivo –cioè il seno desiderato, ma assente – che non il seno buono, il quale invece viene ad essere connesso con quanto in filosofia sarebbe definito cosa in sé o oggetto reale” (1962, 70, mio il corsivo).

Il questo modo Bion cadenza il passaggio dal mondo corporeo al mentale: la sensazione di una assenza – attraverso la messa in moto di una ‘coscienza’ in grado di percepire qualità psichiche – può diventare pensiero.

Rêverie e tolleranza della frustrazione

Nella sua opera sull’esperienza Bion (1962b) realizza un importante un importante cambiamento nel divenire storico della psicoanalisi, dal momento che l’avvio del funzionamento mentale non è più correlato direttamente ai fenomeni di introiezione e proiezione, nonché alla introiezione del seno materno –come nella concezione kleiniana-, quanto invece il ruolo dell’analista madre viene collocato nell’ambito di una reverie, che si limita ad avere un’azione facilitante sul funzionamento del soggetto.

“Rêverie sta a designare lo stato mentale aperto alla ricezione di tutti gli ‘oggetti’ provenienti dall’oggetto amato, quello stato cioè capace di recepire le identificazioni proiettive del bambino, indipendentemente dal fatto se costui le avverta come buone o come cattive (1962, 73).

Accanto al ruolo facilitante della rêverie, Bion mette l’accento su una dotazione costituzionale di natura corporea da cui deriva la messa in moto di un funzionamento mentale autonomo, l’orientamento alla tolleranza o evasione della frustrazione, la responsabilità che ha soggetto di fronte alle scelte che condizionano la realizzazione di attività psichica.

“Allora l’unica scelta che interessa lo psicoanalista è quella se optare per procedure che hanno per fine di evitare la frustrazione o per quelle che intendono modificarla: la decisione cruciale consiste in questo” (1962, 63).

Anche la conoscenza del proprio corpo come realtà spazio-temporale autonoma ed oggettiva passa nel singolo soggetto per il giogo dell’attivazione della propria mente.

“Se la capacità di tollerare la frustrazione è sufficiente il ‘non seno’ interno diventa un pensiero e si sviluppa un apparato per ‘pensare’ (1967, ed ingl, p 112).

Se il pensiero presuppone tolleranza della frustrazione, questo è vero sia che si tratti del riconoscimento del seno materno che del proprio corpo, in quanto soggetto-oggetto reale caratterizzato dai limiti dello spazio-tempo.

“Nella misura il cui spazio e tempo sono percepiti come identici ad un oggetto cattivo che è distrutto, ovvero ad un ‘non seno’, la realizzazione che dovrebbe connettersi alla pre-concezione non è disponibile per completare le condizioni necessarie per la formazione di una concezione(1967, ed ingl. 112).

La concezione del proprio corpo va quindi considerata il risultato di una elaborazione specifica che ha comportato – attraverso l’azione catalizzante della reverie materna- una tolleranza della frustrazione e il superamento della tendenza ad annientare la concezione di uno spazio-tempo realistico e limitante.  In questo sembra improprio guardare al corpo come un ‘contenitore’, come fa per esempio Pollak (2009) con la concettualizzazione di un ‘body-container’, equivocando sostanzialmente il corpo fisico con la rappresentazione mentale del corpo, quest’ultima essendo comunque già un atto mentale.

Le Emozioni all’intersezione tra Corpo e Mente

Sempre nella sua opera sull’esperienza Bion sottolinea il determinante contributo delle emozioni – come componente somato-psichica – al funzionamento mentale.

“perché si possa apprendere dall’esperienza, la funzione alfa deve poter operare sulla consapevolezza di una esperienza emotiva” (1962, tr it 31).

Per Bion infatti l’emozione rappresenta lo stesso motore interno del funzionamento mentale che Freud attribuiva alla sessualità: ed è indubbio che sia la sessualità per Freud che l’emozione per Bion presuppongono un certo qual amalgama tra corporeità e pensiero.

“Le emozioni svolgono, in seno alla psiche, la stessa funzione che le impressioni sensoriali esplicano nei confronti degli oggetti situati nel tempo e spazio” (1967, tr it 182).

Per Bion (1963) la ragione – indicata con la notazione R- è schiava dell’emozione. L’emozione è connessa a quanto Bion descrive come passione, ovvero alla intensa espressione di amore, odio e conoscenza. Se la schiavitù della ragione dall’emozione è concretamente vera quando si è sotto la dominanza del principio del piacere, la ragione (R) si fa portatrice di idee in grado di far da ponte al ‘gap’ che esiste tra un impulso e la sua realizzazione.

“R rappresenta una funzione che si intende servire le passioni, qualsiasi possano essere, portando ad una loro dominanza nel mondo della realtà. Per passioni intendo tutto ciò che è compreso come L, H, K.” (1963, vers. Ingl. 4).

La passione interagendo con la ragione si trova ad essere spogliata di violenza .Il riconoscimento del ruolo subalterno della ragione rispetto alla forza trainante della passione è uno degli elementi che ci aiutano a riconoscere in Bion un “pensatore passionale” – se è lecita l’espressione -, ed a sgombrare il campo dal frequente fraintendimento per cui è invece considerato un pensatore intellettuale.  Se facciamo mente locale possiamo realizzare come sia assolutamente senza compromessi l’affermazione di Bion che si pensa solo in presenza di emozioni; altrettanto senza compromessi è l’affermazione: “La ragione è schiava dell’emozione ed esiste per razionalizzare l’esperienza emozionale” (1970, vers. ingl, 1).

L’emozione è per Bion l’espressione di un invariante, ovvero di una istanza personale in attesa di essere trasformata e resa pensabile, per cui essa è portatrice di un istinto personale verso la verità: la verità emozionale.  Bion identifica la verità emozionale di un soggetto con il segno O, che indica l’incognita di un dato interno che è in continua evoluzione: l’esperienza di unisono (“at-one-ment”) con O del paziente con sé stesso e di questi con l’analista nel corso della seduta analitica diventa una fonte importante di esperienza e crescita della personalità. Scrive  Grotstein:

“L’epistemologia di Bion sposta l’enfasi posta da Freud – come pure dalla Klein- sugli istinti di vita e di morte alla verità emozionale, O, intesa come causa prima” (2007, 79) [..] “Per cui l’analista è sempre alla ricerca di una verità emozionale nascosta nel paziente nel contesto di ogni seduta analitica” (2007, 96).

Sono qui d’accordo con Grotstein quando enfatizza lo spostamento di accento di Bion dal mondo istintuale sottolineato da Freud ad una prospettiva in cui le emozioni svolgono un ruolo centrale. Viceversa sono meno d’accordo con questo autore, quando mette in primo piano una ontologia della verità, che rischia di portare ad uno slittamento mistico, autoritario ed intellettuale del pensiero di Bion – uno slittamento che mi sembra caratterizzare buona parte della lettura bioniana di questo analista americano. Non certo privo di pensatori dall’impronta autoritaria, la tradizione psicoanalitica rischierebbe allora di trovare in Bion un altro pilastro di dogmatismo, ulteriore ostacolo ad una attualizzazione della psicoanalisi e ad una sua integrazione con il mondo contemporaneo.  Rispetto alla generica verità mistica sottolineata dalla lettura di Grotstein, da parte mia tendo ad intendere la verità emozionale di Bion come espressione di un riferimento alla concretezza delle esperienze emozionali interne, strettamente correlate alla sua esperienza del corpo, che vengono a costituire per il soggetto un ago determinante nella costituzione della sua bussola interna; abdicare a riconoscere il ruolo organizzante della bussola interna  del corpo equivale a condannare il soggetto ad un destino dissociativo da sé stesso, nonché al suo ennesimo assoggettamento ad una ‘verità’ pregiudiziale.

La bugia e la rottura della continuità psico-somatica

Un elemento della psicoanalisi da non trascurare è per Bion  la disposizione a mentire: una attitudine “talmente universale che solo un bugiardo potrebbe trascurare la sua natura totalmente pervasiva” (1970, 2).

“Si dimentica troppo spesso che il dono della parola, adoperato in modo così centrale, è stato elaborato sia allo scopo di nascondere il pensiero attraverso la dissimulazione e la menzogna, sia allo scopo di spiegare o comunicare il pensiero” (1970, 3).

In tal senso la bugia è il sintomo di un disordine della personalità ed un fenomeno che può ostacolare in modo significativo il funzionamento mentale e lo sviluppo verso la crescita:

“La bugia è il legame tra una mente ed un’altra che porta alla distruzione di entrambi. Il temine ‘legame’ da una idea inadeguata ella realizzazione che essa è intesa rappresentare. La bugia non si limita, come la parola ‘bugia’ di norma implicherebbe, all’ambito del pensiero, ma ha la sua controparte nell’ambito dell’essere ”

La bugia non danneggia quindi soltanto il pensiero in modo distruttivo, ma può portare alla distruzione dell’Essere e del legame psico-somatico interno che fonda la personalità. Da questo discende che per Bion la relazione analitica ha bisogno di avere specifici connotati di autenticità emozionale per permettere ad una personalità di utilizzare la potente spinta alla crescita che deriva dalla esperienza di un autentico contatto emozionale.

Se Riolo (1981) ha esplorato la bugia nella sua dimensione più astratta– per cui ha guardato ad essa soprattutto in relazione al problema della conoscenza, a partire da come veniva concepita, ad esempio, nel pensiero greco in relazione a Aletheia e Doxa, nonché in relazione alle coppie di contrari Aletheia/ Lethe, Aletheia/ Apate, Aletheia/ Pseudes – da parte mia leggo l’enfasi introdotta da Bion sulla bugia in relazione alle potenti forze che allontanano il soggetto da una dialettica continua con il mondo della autenticità, delle emozioni e al loro difficile contenimento. Da questo angolo prospettico la bugia si oppone al riconoscimento della frustrazione e alla sua difficile elaborazione, opponendosi così alla continuità psicosomatica; continuità per cui ogni conoscenza astratta possiede un legame con una controparte senso-emozionale che necessita di essere contenuta.  In ‘Una teoria del pensiero’ Bion sottolinea il legame tra l’intolleranza della frustrazione e la bugia:

“Se si è incapaci di sopportare la frustrazione allora la personalità sviluppa onnipotenza, in modo da eliminare tutte le esperienze connesse al congiungersi di una idea con una realizzazione negativa [..] il risultato sarà un difetto dell’attività psichica preposta alla discriminazione tra il vero e il falso”

Le “esperienze connesse al congiungersi di una idea con una realizzazione negativa” sono potenti forze emozionali da contenere nel corpo, prima ancora di essere elaborate a livello mentale. L’intolleranza alla frustrazione diventa particolarmente acuta di fronte al cambiamento: di conseguenza la bugia può essere una potente difesa di fronte alla percezione di una realtà interna che preme verso un cambiamento, sentito come pericolosamente catastrofico.

“Le formulazioni false sono mantenute come barriere contro affermazioni che condurrebbero ad uno sconvolgimento emotivo. La loro forza deriva dal fatto che lo sconvolgimento contro cui la bugia viene mobilitata è identico al cambiamento catastrofico”.

La bugia assume un largo spettro di configurazioni, non facili da riconoscere: e l’analista si trova in una condizione di scacco ed  impotenza di fronte alle varie forme in cui si declina la bugia.

“Dal momento che stiamo trattando con persone umane ci stiamo occupando anche di bugie, decezioni, evasioni, finzioni, fantasie, visioni, allucinazioni – ed invero la lista potrebbe allungarsi quasi indefinitamente”

La bugia, per Bion, ha bisogno di un ‘pensatore’ in grado di pensarle e di una approvazione che provenga da parte di qualcun altro: “il bugliardo ha bisogno di una sua platea, per poter ottenere gratificazione” (1970, versi ingl. 102).  Al contrario i pensieri, intesi come espressione del dato di realtà, hanno una loro specifica esistenza con relativa autonomia rispetto alla singola mente che li pensa e non hanno bisogno di un pensatore in grado di pensarli o di un uditorio che li accolga e li approvi.  Il pensatore e la bugia si collocano in un ambito di estraneità rispetto alla realtà, nonché rispetto alla verità che è veicolata dalle emozioni.  In questo senso la bugia appartiene ad una mente che, come ha perso il suo legame essenziale con la realtà e la verità, allo stesso modo ha perso un legame di continuità e coerenza tra corpo e mente, per cui la mente è a rischio di collocarsi in modo autarchico e contraffatto rispetto ai vissuti corporei.

Il dolore mentale come esperienza di integrazione corpo-mente

Alla importanza centrale delle emozioni nella epistemologia di Bion è correlata la sua valorizzazione del dolore come elemento psicosomatico centrale. Egli scrive in ‘Elementi della Psicoanalisi’:

“Il dolore non può essere assente dalla personalità. Un’analisi deve essere dolorosa, non perché vi sia per forza qualche valore nel dolore, ma perché non si può ritenere che un’analisi nella quale il dolore non venga osservato e discusso, affronti una delle ragioni centrali per le quali il paziente è lì. L’importanza del dolore può essere accantonata come una qualità secondaria, come qualcosa che scomparirà quando i conflitti saranno risolti; invero molti pazienti accetterebbero questa veduta. Ed essa può trovare appoggio nel fatto che un’analisi riuscita porta ad una diminuzione della sofferenza. Nondimeno questa veduta mette in ombra il bisogno (più ovvio in alcuni casi che in altri) che l’esperienza analitica accresca la capacità di soffrire del paziente, anche se paziente ed analista possono sperare di attenuare proprio il dolore. L’analogia con la medicina fisica è esatta: distruggere la capacità di dolore fisico sarebbe disastroso in qualunque situazione, tranne che in quella in cui è certo un disastro ancora maggiore, e cioè la morte stessa” (1963, tr it 77).

L’esperienza del dolore mentale va allora considerato non solo oggetto inevitabile della cura psicoanalitica per le sue implicazioni nevrotiche e psicotiche, ma altresì un determinante elemento di coesione della personalità.

L’importanza del dolore va considerata  soprattutto in quelle condizioni che sono fortemente connotate in senso dissociativo.  In certe situazioni cliniche il paziente può cercare attivamente il dolore fisico come rimedio ad una angoscia impensabile di non esistenza, per cui la ricerca di ferite sul corpo e la percezione reale del sangue può diventare un importante test di realtà in grado di indicare la presenza di una corporeità altrimenti inaccessibile ed impensabile.

Questa concezione bioniana del dolore sembra evocare la concezione greca del ‘Pathei Mathos’ (“attraverso il dolore una assennata esperienza”) come viene enunciata, per esempio, nell’Agamennone di Eschilo: per Bion, come era stato per la grecità classica, il dolore fisico e mentale correlato alle emozioni diventa un contributo determinante alla crescita mentale.

Il corpo e l’azione

Un altro aspetto importante della  concettualizzazione di Bion in cui è determinante la relazione della mente con il corpo è l’azione.   Il ruolo dell’azione in psicoanalisi è più frequentemente sottolineato nell’ambito negativo dell’acting out, per cui la scarica somatica diviene la modalità attraverso cui l’organismo si libera attraverso l’evacuazione di un eccesso di stimoli: secondo questo modello in negativo corpo e mente si contrappongono, mostrando itinerari divergenti.    Bion sottolinea il ruolo dell’azione anche sul versante positivo, per cui mente e corpo si trovano allineati sulla stessa direzionalità: l’azione diventa il prodotto finale del pensiero e parte irrinunciabile dell’esperienza.  E non a caso l’azione si colloca nella griglia sul margine ultimo dell’asse orizzontale. In questa valorizzazione Bion è coerente con quanto già Freud aveva sottolineato: “la scarica motoria fu allora impiegata in una appropriata modifica della realtà; e fu convertita in azione” (1911, 211): l’enfasi viene a cadere sulla appropriatezza dell’uso dell’azione per poter modificare la realtà e dare un senso oggettivizzato al pensiero.

Le implicazioni pragmatiche dell’azione sono quindi essenziali per comprendere la concezione di Bion: egli era consapevole del rischio immanente all’operare psicoanalitico di un andamento auto- riverberante del pensiero, per cui esso può chiudersi in sé stesso seguendo uno sterile auto-appagamento.  ‘Nullius in verba’ era il motto della Royal Society of London, di cui era stato a lungo presidente Isaac Newton: un circolo filosofico che gettava le basi di una concezione scientifica del mondo e metteva al bando le parole vuote, fini sono a sé stesse.  Seguendo uno spirito di impronta newtoniana, il pensiero per Bion non si limita alla comprensione, ma trova correlazione e dispiegamento nella realtà, nell’azione, nella fattività dispiegata dal soggetto pensante e, finalmente, nel suo orientamento al cambiamento. In questo modo Bion il confronto con la realtà attraverso l’azione diventa parte inalienabile dell’apprendere dall’esperienza.

Sterili di sapienza

Nell’ultimo scritto prima della morte ‘Arrangiarsi alla meno peggio’, Bion (1990) ritorna a riflettere sull’uso dei modelli mentali e sulla oscillazione concretizzazione/ astrazione per la mobilitazione dell’apparato del pensare e sul ruolo che il corpo può svolgere nel creare una anticipazione dei fenomeni pensanti.

“Attingo dalla psicologia -egli scrive- per descrivere una faccenda fisica; tra poco attingerò da una faccenda fisica per descrivere qualcosa di psicologico”.

Ancora una volta la realtà del corpo e delle ‘faccende fisiche’ che intorno a questo si muovono è posto da Bion in controluce alla dimensione psicologica, per cui la realtà sensoriale del corpo e l’ambito astratto della mente possono vicendevolmente illuminarsi. Tale prospettiva porta Bion a spostare l’accento della sua concezione della mente dalla collocazione degli elementi beta ed alfa tout court, alla dinamica che si costruisce nel movimento direzionale che da beta porta ad alfa.  La presenza del corpo concreto in seduta richiama l’attenzione per il suo essere un ambito che –come tale- non appartiene al campo del pensiero, ma come una dimensione concreta pre-mentale che è in procinto di produrre il pensiero. In questo modo Bion guarda al corpo come depositario dell’elemento germinativo da cui può scaturire un pensiero nuovo, un pensiero mai ancora pensato, per cui scrive:

“Il poeta Donne ha scritto: “Il suo sangue puro ed eloquente / parlò nelle sue guance, e lavorò così chiaramente / che si potrebbe quasi dire che il suo corpo pensava”.  Questo esprime esattamente quello stadio di transizione che nella Griglia è rappresentato su carta come una linea che separa gli elementi beta da quelli alfa. Notate che non sto dicendo che esso sia alfa o beta, ma che le parole del poeta stanno rappresentando la linea che separa i due. L’analista praticante deve essere sensibile quando la situazione sta avendo luogo a quello che sta avendo luogo (…) una situazione di cambiamento da qualcosa che non è pensiero a tutto ciò che è pensiero (1990, p.41)

Enfatizzando il ruolo dell’anticipazione fisica nel contesto dell’esperienza dell’analizzando Bion al tempo stesso rimarca che il ruolo dell’analista va concepito come quello di una ‘levatrice’ di un pensiero che è in procinto di nascere – la nascita/ parto come ‘faccenda fisica’ a cui Bion si riferisce per descrivere ‘qualcosa di psicologico’. Nel far questo egli cita un significativo passo del Teeteto di Platone, che riflette a pieno la concezione psicoanalitica del suo ultimo periodo:

“Poiché anche a me è toccato quello che alle levatrici: sono sterile di sapienza, e quel che già molti mi rimproverarono, che interrogo gli altri e che io stesso non mi manifesto su nessuna cosa perché non posseggo alcuna saggezza”.

In questo modo viene enfatizzata la necessità della mente umana e della psicoanalisi di emanciparsi dal già pensato/ già conosciuto, per poter rispondere alle esigenze di pensabilità che mano a mano vengon poste dalla realtà: una prospettiva per cui il radicamento al presente della esperienza del corpo permette di aprire al futuro dei pensieri che sono in attesa di essere formati.

Conclusioni

“Certamente l’Inconscio è il giusto tramite tra il fisico e lo psichico, forse il tanto ricercato missing link”, scriveva Freud a Groddeck nella lettera del 5 giugno 1917, sottolineando, nello stesso contesto, che una connessione tra l’Inconscio ed il corpo non necessita di alcun ampliamento del concetto di Inconscio. In questo modo Freud lascia fuori dubbio circa l’esistenza di una connessione tra il corpo e l’Inconscio: da ciò deriva che una concezione psicoanalitica della mente trova necessariamente un suo punto cardine nel legame con il corpo.  Questa connotazione iniziale della psicoanalisi ha smesso negli ultimi decenni di essere un dato ovvio, se consideriamo che la più recente enfasi sulle relazioni oggettuali e sul mondo relazionale ha portato, insieme ad un indubbio sviluppo dell’orizzonte psicoanalitico, anche ad un indebolimento del legame primario del pensiero con la sua matrice fisica e con il mondo concreto della corporeità: uno spostamento che rischia di trasformare sempre più la psicoanalisi in una psicologia sistematica animata da un suo proprio intellettualismo autoreferenziale.

In linea con la stessa prospettiva di integrazione tra il corpo e la mente sottolineata da Freud,  la colonna verticale della griglia di Bion (1963) si costituisce a partire dalla fila A degli elementi beta, per declinarsi successivamente nelle file B, C, e così via sino a G: questo equivale ad una concezione degli elementi psicoanalitici che parte da una dimensione indifferenziata, concreta e pre-mentale, per assumere poi la forma del senso, del mito e della passione, sino alla sua ultima e più astratta trasformazione nel livello del sistema scientifico deduttivo, per cui l’elemento  sensoriale trova ad un certo punto corrispondenza con un vero e proprio oggetto psicoanalitico, o con una teoria psicoanalitica (fila G). Il riferimento al corpo appare centrale in Bion nella misura in cui è il corpo che fornisce la materia grezza  destinata ad esser trasformata in elementi psicoanalitici; l’esperienza del corpo partecipa, inoltre, di continuo alla fabbrica del pensiero, passando attraverso la dimensione del senso, del mito e della passione. Questo movimento incessante del pensiero, di cui l’esperienza corporea è un relais centrale, sembra evocare – in una chiave propulsiva dinamica, che è continuamente in azione all’interno della personalità – il modello del filosofo napoletano Gianbattista Vico che vedeva lo sviluppo dell’umano caratterizzato -dopo un iniziale sentire senza percepire– da un “avvertire con animo perturbato e commosso”, come condizione ineludibile per poter accedere ad un riflettere “con mente pura”.

Vorrei allora concludere con la speranza che questo excursus sulla presenza del corpo nella teoria della mente di Bion  – excursus che non vuole avere alcuna pretesa di esaustività – possa contribuire a meglio avvicinare la complessità del contributo di questo grande psicoanalista, nonché originale pensatore, costituendo uno stimolo ad ulteriori approfondimenti.


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