Editoriale

“UN  NUOVO  MATERIALISMO”

franz ackermann1

Con il primo numero di “Consecutio rerum” proseguiamo e approfondiamo il progetto teorico-politico che ha caratterizzato i primi sette numeri della precedente rivista “Consecutio temporum”, da noi realizzata e diretta a partire dal 2011.

Costretti a interrompere la pubblicazione della precedente rivista per la pretesa della proprietà della testata d’interferire con il nostro programma editoriale, diamo vita alla nuova “Consecutio rerum”, con una variazione di titolo lieve, ma pure significativa nel verso di una radicalizzazione del nostro intento filosofico ed etico-politico iniziale. Giacché il passaggio dalla connessione dei “tempi” a quella delle “cose” stringe il nostro percorso ancor più nella proposizione di un nuovo campo di ricerca e di critica quale vuole essere quello di un “nuovo materialismo”.

Nuovo materialismo, perché riteniamo che il vecchio materialismo, quello più celebre d’ispirazione storica e marxista, sia un paradigma teorico ormai consumato e inutilizzabile. Già lo stesso Marx, in alcune sue pagine, a dir il vero assai poco frequentate, sulle formazione storiche precapitalistiche lo aveva messo, forse inavvertitamente, in discussione. Ma per noi è chiaro che la capacità delle relazioni economiche di farsi princìpi di totalizzazione dell’intera vita, individuale e sociale, vale solo nella modernità capitalistica e che dunque decade ogni pretesa, com’è accaduto con il materialismo storico, di generalizzare la vecchia metafora di struttura materiale e sovrastruttura spirituale all’intero percorso della storia umana. Anche perché quel materialismo storico si iscriveva, a ben vedere, in una filosofia non-materialistica della storia, che identificava, con una forzatura spiritualistica e greve di presupposti non esplicitati, assai semplicisticamente homo faber e soggettività dell’emancipazione.

Ma per noi nuovo materialismo non si coniuga certo con nuovo realismo.  Perché la nostra impostazione teorica è ben lontana dai tentativi recenti di riproporre, dopo l’esaurimento dell’ermeneutica postmoderna, dopo cioè il dominio dell’interpretazione, un realismo del fatto, d’ispirazione analitica e scientistica, che vorrebbe tornare a riaffermare una improponibile priorità della realtà oggettiva sulla realtà soggettiva, dimentica di quanto, al contrario, l’oggetto sia costruito e intessuto fin nelle sue strutture più elementari dal soggetto.

Giacché per noi nuovo materialismo significa, invece e proprio, approfondire e radicalizzare la questione della soggettività. Significa concepire la possibilità di un pensiero incarnato, che muova, nel suo indagare, dal corpo biologico-emozionale d’ognuno e, insieme, dal corpo sociale in cui quello s’iscrive.

Vediamo infatti l’essenza della cultura, e in particolare della filosofia, nell’essere teoria come terapia: cura cioè che vuole lenire e sanare scissioni, parzialità, limiti e povertà, sia dell’esistenza individuale che di quella collettiva. Al fine, utopico, ma non di meno direttivo dell’agire, di proporre universalizzazioni– qual è per noi il compito precipuo della filosofia – che pure non muovano dalla totalizzazione di princìpi astratti e imperiali, quanto invece da una compresenza di istanze, psichiche come sociali, il cui riconoscimento reciproco rigetti il dominio estremizzato di una sulle altre.

Un nuovo materialismo che faccia centro gravitazionale del suo sapere la corporeità, individuale e sociale, rivendica come tesi antropologica di fondo che l’essere umano non sia interpretabile e risolvibile nei termini della sua attività linguistico-simbolica. Che non sia definibile univocamente o prevalentemente come essere simbolico bensì, in primis, secondo una divaricazione funzionale (o disfunzionale e patologica) tra corpo e mente, che, seguendo la bella suggestione proposta anni fa da Emilio Garroni, fanno dell’essere umano qualcosa, insieme, di Uno e Bino.

Ma dire che l’essere umano non si risolve nell’attività simbolica, nel legame con l’Altro, perché tutto il suo vivere rimanda, oltre che ai codici e ai dispositivi simbolici della socializzazione, al significato non verbale che muove dalla sua corporeità emozionale, significa condurre ad estenuazione e superare sia il blocco heideggeriano che il blocco lacaniano. Entrambi, Heidegger e Lacan, a muovere dalla maestria indiscussa del primo, hanno infatti costretto l’antropologia e la filosofia a sacrificare sul versante dell’interlocuzione linguistica e simbolica ogni riferimento ai dati sensoriali e corporei dell’esperire, promuovendo una cultura congelata su un panorama segnico-ermeneutico autistico ed autoreferenziale.

Del resto ormai tutti constatano, a partire dal proprio esperire, che il postmodernismo, con la sua tesi principe che l’Essere sia null’altro che linguaggio, s’è definitivamente concluso. Proprio perché, noi pensiamo, il realismo brutale dell’economico sia venuto mostrando sempre più il vero contenuto storico-sociale della indebita valorizzazione del linguaggio: la subalternità dell’umano a un passaggio tecnologico-epocale che ha messo al lavoro la mente calcolante e discorsiva, consegnandoci a una soggettività “comunicativa di massa”, astratta e priva d’interiorità.

Vale a dire che mentre l’intellettualità del postmodernismo colto e raffinato, lontana, come d’obbligo, da ogni vertice teorico d’approfondimento materialistico e dialettico, si consegnava alle virtuosità dell’ermeneutica e del decostruzionismo di ogni possibile identità, la storia materiale dell’economia-mondo produceva, al contrario, un’identità economico-sociale totalizzante che sembra non lasciare spazio alle differenze e alle storie particolari, o, per meglio dire, che attraverso la segmentazione di culture e identità nazionali, diritti e costumi, tecnologie produttive e tipologie di uso della forza-lavoro profondamente differenti, metteva in campo processi di accumulazione sostanzialmente omologhi, comandati ed obbligati da una ricchezza monetaria-astratta, e caratterizzati da dinamiche mondiali di diseguaglianza e di “espulsione” sempre più estreme e drammatiche.

Ma è ben chiaro che Consecutio rerum, nel suo voler indagare e riflettere su un nuovo materialismo, non vuole certo riproporre il determinismo economico del vecchio marxismo e la riduttiva concezione , la vecchia e rigida articolazione di struttura e sovrastruttura. Quanto invece considerare, in modo approfondito, come e perché le relazioni sociali di asimmetria e di diseguaglianza tra classi, si accompagnino strutturalmente a forme di consenso e di egemonia culturale, che vedono la produzione di soggettività astratte e, di volta in volta, di forme dell’autorappresentazione individuale e collettiva, subalterne e partecipi, invece che critiche ed oppositive,  alle norme e alle pratiche di vita dell’economia. Ma anche qui allontanandoci dal paradigma troppo consumato di una biopolitica che, estenuata tra foucaultismo e postoperaismo, ha trascurato di mettere a tema e di studiare tra i dispositivi “governamentali” di comando sulla vita, in modo certo paradossale, proprio quello che a noi continua ad apparire il luogo sociale per eccellenza di configurazione dei corpi e delle menti e che continua a stringersi nel nesso, mutevole ad ogni fase tecnologica, ma non meno centrale nella nostra vita sociale, di capitale-forza lavoro-sistema di macchine. Ha rimosso cioè la biopolitica, distratta dall’attenzione foucoultiana per le istituzioni totali, quella istituzione totale per antonomasia che è la produzione di capitale, considerata nella messa in atto e nella diffusione all’intero corpo sociale della sua tecno-antropologia.

Di contro a ciò, per noi, obbligati come siamo, dal nuovo materialismo che perseguiamo, a concepire  nuove modalità di vita e  nuove configurazioni di valori, riproporre la critica dell’economia politica non può non significare, anche e insieme, coniugare una critica dell’economia libidica.

La capacità di stringere le due critiche, in modo intrinseco e non esteriore, con la definizione del nuovo concetto di ricchezza che ne consegue, è il compito infatti, teorico e pratico, da assegnare alle giovani generazioni.

Consecutio rerum vuole provare a partecipare a tale formulazione di nuovi paradigmi, filosofici e antropologici, convinti, come siamo, che di fronte al sistema del capitalismo globale non valgono né le raffinatezze del decostruzionismo, né le declinazioni della biopolitica, né la filantropia del multiculturalismo: quanto una teoria che sappia proporre una filosofia antropologica, sia sul versante personale che su quello socio-politico, capace di una totalizzazione di relazioni di vita, sia interiore e personale che ecologica e sociale, ben superiore e ulteriore, al dolore e allatristitia del vivere imposta oggi dall’egemonia del presente.

(r.f.)

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