La teoria marxiana dell’esercito industriale di riserva come teoria della politica economica


Guglielmo Forges Davanzati*

Università del Salento
guglielmo.forges@unisalento.it

 
 
Abstract: This paper deals with the relation between labour market deregulation and the path of employment in Italy, based on Marx’s theory of the industrial reserve army. It will be shown that the increase in labour flexibility negatively affected the employment rate in the 2000s. Moreover, it is argued that as unemployment increases, workers’ bargaining power decreases not only in the labour market but also in the political arena, allowing the Government to implement further policies of labour flexibility. The evidence confirms this conjecture.
 
Keywords: Marx; industrial reserve army; employment in Italy
 
 
 
1. Premessa
 
Ammesso che se ne possa dare una definizione univoca, la c.d. eterodossia, in Economia Politica, non è affatto scomparsa nell’Università italiana. Ciò che realmente è scomparso è il marxismo, come diretta conseguenza del processo di depoliticizzazione del discorso economico. La deriva tecnocratica che ha prepotentemente investito la teoria economica (e l’insieme delle scienze sociali) ha generato tre esiti: i) la Storia del pensiero economico intesa come tecnica archivistica; ii) la teoria economica neoclassica declinata come tecnica econometrica; iii) parte dell’eterodossia (la teoria sraffiana) intesa come critica tecnica a una teoria neoclassica non più esistente o comunque non più dominante. Il resto è divenuto indicibile e, non a caso, questo saggio su Marx è pubblicato in una rivista di Filosofia[1].
 
 
2. Introduzione
 
È ben noto che Marx, opponendosi alla teoria malthusiana della sovrappopolazione assoluta, considera la sovrappopolazione relativa – o esercito industriale di riserva (EIR) – una condizione necessaria per la riproduzione capitalistica. Ed è ben noto che, opponendosi a Malthus, Marx considera la sovrappopolazione relativa come prodotto del capitalismo, non la risultante di un dato di natura: «una sovrappopolazione operaia è il prodotto necessario della accumulazione ossia dello sviluppo della ricchezza su base capitalistica, questa sovrappopolazione diventa, viceversa, la leva dell’accumulazione capitalistica e addirittura una delle condizioni d’esistenza del modo di produzione capitalistico. Essa costituisce un esercito industriale di riserva disponibile che appartiene al capitale in maniera così completa come se quest’ultimo l’avesse allevato a sue proprie spese, e crea per i mutevoli bisogni di valorizzazione di esso il materiale umano sfruttabile sempre pronto, indipendentemente dai limiti del reale aumento della popolazione» (Marx 1972, 82). Una estensione di questa tesi, in parte sviluppata da Kalecki, fa riferimento al ruolo che l’EIR esercita nella sfera propriamente politica: in altri termini, le sue fluttuazioni non determinano solo l’andamento dei salari, modificando il potere contrattuale dei lavoratori nel mercato del lavoro, ma contribuiscono a determinare anche – e soprattutto – la forza contrattuale dei lavoratori nella sfera politica, ovvero la loro capacità di incidere sulla politica economica. Questa tesi verrà utilizzata in questo saggio per mostrare come la teoria marxiana dell’esercito industriale di riserva può essere letta come una teoria della politica economica: il decisore politico non massimizza una funzione del benessere sociale, né agisce esclusivamente per l’acquisizione di consenso (come nella modellistica dominante), ma assume provvedimenti di politica economica – qui, in particolare, di politica del lavoro – per fini ridistributivi[2]. Ne segue che, ad esempio, un aumento del tasso di disoccupazione riduce il potere contrattuale dei lavoratori sia nel mercato del lavoro sia nella sfera politica, rendendo possibili politiche di ridistribuzione a favore del Capitale. Si osservi che, in questa prospettiva teorica, non si sta stabilendo una direzione di causalità univoca fra tasso di disoccupazione e decisioni di politica economica. Può accadere anche il contrario, ovvero che una iniziale misura ridistributiva a vantaggio del capitale indebolisca i lavoratori e renda possibili ulteriori misure di ridistribuzione a favore del capitale: detto diversamente, la relazione fra le variabili considerate è dinamica e biunivoca, secondo un approccio di causazione circolare cumulativa, stando al quale una variabile può essere, al tempo stesso, causa ed effetto di un’altra variabile. Questo presuppone – come verrà mostrato – che il “modello” non è strutturato nella tradizionale forma di una una variabile esogena che determina una variabile endogena. In altri termini, la prima è causa della seconda, così come la seconda è causa della prima.

Nella sezione La legge generale dell’accumulazione capitalistica, Marx suddivide la sovrappopolazione relativa in forza-lavoro «fluttuante», «stagnante», «latente» e «pauperizzata» (cf. Jonna and Foster 2016). La prima riguarda individui disoccupati che possono essere rioccupati nelle fasi espansive del ciclo economico e sono tipicamente maschi in età adulta; la seconda è costituita dalla popolazione rurale, la terza formata da donne e bambini, la quarta da vagabondi, criminali, prostitute e, più in generale, il sottoproletariato. La c.d. aristocrazia operaia risulta «docile» rispetto al capitale. In tal senso, come suggerito dagli autori, è del tutto legittimo far riferimento all’EIR come un serbatoio di manodopera intrinsecamente precario (cfr. Jonna and Foster 2016)[3].

A partire da questa considerazione, questo saggio si propone di i) dar conto della natura propriamente politica che l’EIR riveste nelle dinamiche della riproduzione capitalista; ii) proporre una verifica empirica sui nessi esistenti fra precarizzazione del lavoro e tasso di disoccupazione e sui nessi esistenti fra andamento del tasso di disoccupazione e politiche di precarizzazione del lavoro. Il secondo obiettivo è strettamente legato al primo, nel senso che la tesi di fondo – che il punto primo intende richiamare – si basa sull’idea per la quale le fluttuazioni dell’EIR non influenzano soltanto il potere contrattuale dei lavoratori nel mercato del lavoro ma anche e soprattutto il loro potere nella sfera delle decisioni politiche. In tal senso, come si avrà modo di mostrare, quando il tasso di disoccupazione aumenta, riducendosi il potere dei lavoratori nell’arena politica, si rendono possibili ulteriori misure di precarizzazione del lavoro.
 
 
3. La teoria marxiana dell’esercito industriale di riserva
 
Nella formulazione datane da Marx, l’EIR viene generato dal capitale attraverso un aumento della composizione del capitale, ovvero attraverso la meccanizzazione e dunque l’aumento del rapporto fra capitale fisso e forza-lavoro. La logica seguita da Marx fa riferimento a una modalità di concorrenza fra capitali basata su incrementi di produttività conseguenti all’aumento del rapporto capitale/lavoro. Gli aumenti di produttività, in costanza di salario nominale unitario, consentono ai singoli capitalisti di essere competitivi potendo ridurre i prezzi. Nella sezione sulla Legge generale dell’accumulazione capitalistica, Marx fa anche riferimento ai processi di concentrazione e centralizzazione del capitale, favoriti dal formarsi di una «potenza assolutamente nuova, il sistema del credito» (Marx 1972, 686; corsivo nell’originale). I processi di concentrazione e centralizzazione – che non sempre e non necessariamente, come Marx riconosce, vanno di pari passo – accrescono la produttività del lavoro per effetto dell’intensificazione della divisione tecnica del lavoro, anche indipendentemente da un aumento della composizione del capitale. In più, l’aumento della sovrappopolazione relativa – secondo Marx – può anche essere l’effetto dell’estensione del lavoro a domicilio, in quanto «il sistema di lavoro a domicilio […] nel pagamento al di sotto del minimo e nell’eccesso di lavoro possiede i suoi mezzi metodici per <mettere in soprannumero> gli operai».

Marx ripetutamente rileva che questo processo – l’aumento della composizione del capitale – è intrinsecamente connesso alla concorrenza fra capitali e che le fluttuazioni dell’occupazione sono l’effetto del saggio di accumulazione del capitale, in particolare del capitale variabile.

L’aumento dell’EIR consente di tenere bassi i salari e di aumentare l’intensità del lavoro e di accrescere il plusvalore assoluto con effetti positivi sul saggio del profitto. In più, l’accresciuta concorrenza fra lavoratori costringe gli occupati al «lavoro fuori orario e alla sottomissione ai dettami del capitale» (Marx 1972, 696). Il salario segue un andamento pro-ciclico e può raggiungere valori talmente bassi da rendere la sussistenza degli operai dipendente da Monte dei Pegni e aiuto delle parrocchie (Marx 1972, 745 ss.).

La teoria dell’EIR serve a Marx anche per dar conto delle fluttuazioni cicliche:
 

L’esercito industriale di riserva preme durante i periodi di stagnazione e di prosperità media sull’esercito operaio attivo e ne frena durante il periodo della sovrappopolazione e del parossismo le rivendicazioni. La sovrappopolazione relativa è quindi lo sfondo sul quale si muove la legge della domanda e dell’offerta del lavoro. Essa costringe il campo d’azione di questa legge entro i limiti assolutamente convenienti alla brama di sfruttamento e alla smania di dominio del capitale. (Marx 1972)

In altri termini, l’aumento della sovrappopolazione relativa, da un lato, riduce il salario ma, dall’altro, riduce il saggio di sfruttamento. La riduzione del saggio di sfruttamento riduce il saggio di profitto, rendendo necessario ripristinarne il valore tramite l’aumento dell’esercito industriale di riserva. Inoltre, e soprattutto, Marx utilizza la sua teoria come critica radicale a quella malthusiana:
 

Questo […] è il dogma degli economisti. Secondo esso conseguenza dell’accumulazione del capitale è l’aumento del salario. Il salario aumentato sprona a un più rapido aumento della popolazione operaia e questo aumento perdura finché il mercato del lavoro è sovraccarico e quindi il capitale è diventato insufficiente in rapporto all’offerta di operai. Il salario diminuisce, e allora si ha il rovescio della medaglia. Mediante la diminuzione del salario la popolazione operaia viene mano a mano decimata, così che il capitale ridiventa eccedente nei suoi confronti, oppure, secondo la spiegazione di altri, il salario in diminuzione e il corrispondente aumento dello sfruttamento dell’operaio accelerano di nuovo l’accumulazione, mentre allo stesso tempo il basso salario frena l’aumento della classe operaia. In tal modo si ricostituisce una proporzione in cui l’offerta di lavoro è più bassa della domanda, il salario sale ecc. (Marx 1972)

Due i punti di attacco di Marx al mainstream del suo tempo: i] non vi è nulla di naturale nell’espansione della popolazione: è il capitale a determinarla ii] è falsa la tesi per la quale al crescere del salario aumenta la riproduzione della forza-lavoro generando un meccanismo automatico di riequilibrio in corrispondenza del salario di sussistenza[4].

È interessante osservare come che, nella prima parte della sezione su La legge generale dell’accumulazione capitalistica, Marx dedichi ampio spazio alla teoria mercantilista dei bassi salari. Marx riconosce che gli autori ai quali si deve la sua formulazione esprimono nella forma più pura, e senza ipocrisie, i desiderata del capitale, ovvero una condizione nella quale «per rendere felice la società […] e per rendere il popolo contento anche in condizioni povere, è necessario che la gran parte della popolazione rimanga sia ignorante che povera» (Marx 1972, 674). È Mandeville, che Marx considera «uomo onesto e mente chiara» (Marx 1972, 674).

La teoria mercantilista dei bassi salari fa riferimento a questo effetto. Si assuma dato l’obiettivo di consumo dei lavoratori e variabile il salario orario in termini reali. Una riduzione del salario orario spinge i lavoratori – in un mercato del lavoro completamente deregolamentato – ad accrescere le ore di lavoro, con conseguente aumento della produzione e dei profitti. Si tratta di uno schema, ancorché primordiale, di crescita economica trainata dalla moderazione salariale: uno schema che precorre quello oggi prevalente. Come ho sostenuto altrove (cfr. Forges Davanzati 1999), questo schema – che diventava, nell’età mercantilista, una linea di politica economica – rifletteva un conflitto di consuetudini fra capitalisti e lavoratori: i primi interessati ad accrescere i bisogni dei lavoratori, i secondi interessati a riprodurre i bisogni che avevano in un assetto precapitalistico. In altri termini, un aumento dei bisogni dei lavoratori, per un dato salario orario, avrebbe generato un aumento dei consumi desiderati e, per conseguenza, un aumento delle ore lavorate. Le politiche di contenimento dei salari andavano dunque associate a misure finalizzate ad accrescere i bisogni indotti, ovvero a calibrare i bisogni dei lavoratori in funzione delle esigenze del nascente capitalismo inglese.

In quanto segue, si darà conto del ruolo che le fluttuazioni della sovrappolazione relativa hanno svolto nella riconfigurazione del mercato del lavoro italiano, con particolare riferimento al nesso esistente fra l’incremento dell’esercito industriale di riserva (qui preso come sinonimo del tasso di disoccupazione) e le misure volte a promuovere la precarizzazione del lavoro. Sebbene il riferimento empirico sia all’Italia, il nesso causale implicato (e, più in generale, la proposta teorica qui avanzata) intende avere carattere di generalità, ovvero stabilire che, in un assetto capitalistico nel quale la politica economica non è finalizzata alla massimizzazione del benessere sociale, ma è un luogo di conflitto fiscale sulla ripartizione dei trasferimenti pubblici e della tassazione fra capitalisti e lavoratori, l’andamento del tasso di disoccupazione influenza il potere contrattuale dei lavoratori e, dunque, il segno e la tipologia dell’intervento pubblico.
 
 
4. Le politiche di precarizzazione del lavoro riducono l’occupazione
 
Occorre premettere alcune considerazioni iniziali di metodo. In primo luogo, la tesi qui proposta intende avere carattere di generalità, fornendo una interpretazione dei nessi fra dinamiche del mercato del lavoro e scelte di politica del lavoro che possa essere utilizzata per la razionalizzazione di queste ultime in un assetto capitalistico. Ciò non esclude il riconoscimento della possibile differente articolazione istituzionale nei Paesi c.d. avanzati, ovvero non esclude che esista ciò che in letteratura è nota come «varietà dei capitalismi». A fronte di questa considerazione, la verifica empirica proposta a seguire si concentra sul caso italiano. La scelta è motivata dalle specificità di quest’ultimo caso: l’Italia è arrivata tardi all’implementazione di politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro, ma vi sono state praticate con la massima intensità. In secondo luogo, la tesi qui proposta fa riferimento a meccanismi di causazione circolare cumulativa (CCC), dove X determina Y ed è al tempo stesso determinato da Y. Nel caso qui trattato, un aumento del tasso di disoccupazione determina (o comunque contribuisce a determinare) l’attuazione di misure di precarizzazione del lavoro e, al tempo stesso, le misure di precarizzazione del lavoro accrescono il tasso di disoccupazione. Secondo la logica degli schemi di CCC, è irrilevante il punto di partenza ed è dunque irrilevante la scelta della variabile esogena. Ciò è in linea con quanto Marx rileva a proposito di «effetti che diventano cause» (Marx 1972, 693). Infine, e a differenza della logica seguita da Marx, l’EIR in Italia è difficilmente imputabile all’aumento della composizione del capitale, dal momento che le imprese italiane competono nella gran parte dei casi via moderazione salariale. In questo contesto appare più ragionevole, ritenere che sia proprio la moderazione salariale, combinata con le politiche di consolidamento fiscale (e dunque di riduzione della spesa pubblica) a generare continui aumenti del tasso di disoccupazione – dall’8% circa del 2008 a oltre l’11% del 2017.

Le politiche di precarizzazione del lavoro sono state attuate in Italia con relativo ritardo rispetto ai principali Paesi OCSE (soprattutto anglosassoni). Il dibattito accademico è stato dominato dalla convinzione secondo la quale la deregolamentazione del mercato del lavoro è uno strumento di policy necessario per accrescere l’occupazione in un contesto dominato da crescente volatilità della domanda che le imprese fronteggiano. Solo in anni più recenti, si è fatta strada la convinzione che le misure di deregolamentazione del mercato del lavoro possono avere effetti di segno negativo sull’andamento del tasso di occupazione e costituire un fattore di freno alla crescita economica. Ciò fondamentalmente per due ragioni. In primo luogo, la precarizzazione del lavoro accresce l’incertezza dei lavoratori in ordine al rinnovo del contratto e, dunque, ne riduce i consumi, deprimendo la domanda interna. In secondo luogo, la precarizzazione del lavoro, in quanto consente alla imprese di recuperare competitività attraverso misure di moderazione salariale, disincentiva le innovazioni, dunque riduce il tasso di crescita della produttività del lavoro. Solo se occorre accrescere la produzione per soddisfare un’accresciuta domanda (condizione improbabile dato il calo dei salari), l’occupazione può aumentare. A parità di domanda di beni di consumo (o se questa decresce), la riduzione del tasso di crescita della produttività del lavoro si associa a una riduzione del tasso di crescita dell’occupazione[5]. Con riferimento alla prima tesi, essa viene articolata come segue. Si assume che:
 

a) La propensione al consumo si riduce al crescere della probabilità di licenziamento. Questa ipotesi è giustificata dal fatto che, ragionevolmente, l’obiettivo degli occupati è mantenere sostanzialmente stabile il proprio tenore di vita. La riduzione della propensione al consumo (ovvero l’aumento dei propri risparmi) costituisce, perciò, una risposta razionale all’introduzione di misure di flessibilità in uscita (a meno di non considerare l’indebitamento privato come mezzo per mantenere costanti i consumi);
 

b) La produttività del lavoro cresce al crescere della probabilità di licenziamento, a ragione dell’operare dell’effetto di disciplina, ovvero dell’incentivo a erogare maggior rendimento (effort) in una condizione nella quale è più alto il rischio di perdita del posto di lavoro.
 

Dal punto di vista macroeconomico, si verificano, dunque, i seguenti effetti. Una maggiore flessibilità in uscita riduce la propensione al consumo, dunque la domanda aggregata, dunque l’occupazione. Parallelamente, sia a causa della riduzione della domanda, sia a causa dell’aumento della produttività del lavoro, si rende necessario un numero minore di occupati. D’altra parte, dal punto di vista microeconomico, vi è certamente convenienza ad avvalersi di misure di flessibilità in uscita, giacché queste, contribuendo alla riduzione dei costi di produzione (l’aumento della produttività a parità di salario), determinano una riduzione dei prezzi e la conseguente sottrazione – da parte delle imprese che per prime se ne avvalgono – di quote di mercato alle proprie concorrenti. È questo un caso nel quale:
 

– vi è vantaggio nel «partire per primi» (advantage of being first);

 

– vi è divergenza fra convenienza privata (avvalersi della flessibilità in uscita, in quanto questa contribuisce alla crescita della produttività e dei profitti) e convenienza sociale (non avvalersi della flessibilità in uscita in quanto questa riduce la domanda aggregata, l’occupazione e non ha effetti positivi sui profitti aggregati).
 

Gli studi empirici si sono essenzialmente concentrati sui nessi esistenti fra regimi di protezione del lavoro e occupazione, rilevando, in particolare nel caso italiano, che le politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro tendono a generare l’effetto esattamente opposto a quello dichiarato, ovvero tendono ad accrescere il tasso di disoccupazione (la riduzione dell’occupazione risulta più intensa dopo il 2008, ma si registra anche negli anni pre-crisi).

In quanto segue, si articola ulteriormente questa analisi e ci si propone di verificare anche il nesso opposto, ovvero se le politiche di “flessibilità” del lavoro risentono della riduzione del tasso di occupazione e, dunque, della riduzione del potere contrattuale dei lavoratori anche nella sfera politica.

Ai fini della verifica della correlazione esistente fra protezione del lavoro e dinamiche dell’occupazione, ci si avvale, in questa sede, dell’Employment Protection Legislation Index (EPL), elaborato dall’OCSE. L’EPL è costituito da 21 indicatori sintetici, che permettono di stimare i due sottoindicatori che contribuiscono a comporre l’EPL: l’indicatore di protezione per i contratti a tempo indeterminato (EPRC) e l’indicatore di protezione per i contratti a tempo determinato (EPT). Ad una maggiore flessibilità corrisponde un indice EPL più basso.

Il principale risultato raggiunto è il seguente: a fronte di una riduzione dell’EPL di quasi il 50% negli ultimi venticinque anni, il tasso di disoccupazione risulta di più di tre punti più elevato di allora. Questo risultato ovviamente spiega una parte del problema: l’andamento dell’occupazione è influenzato da molte altre variabili (avanzamento tecnico, dinamica della domanda aggregata): però è un risultato che mostra che, a parità di altre circostanze, la precarizzazione del lavoro tende a generare effetti di segno negativo sull’occupazione.

Vi è poi da considerare che gli anni novanta, come rilevato supra, sono anni caratterizzati da una deregolamentazione del mercato del lavoro molto meno incisiva rispetto a quella attuata nel periodo successivo, accreditando, anche per questa ragione, l’idea che le dinamiche dell’occupazione non risentano in modo significativo dal grado di protezione del lavoro e che in contesti di riduzione della domanda la deregolamentazione del mercato del lavoro possa semmai contribuire ad accrescere il tasso di disoccupazione (vedi, tra gli altri, Saltari e Travaglini 2008). In altri termini, l’evidenza mostra che, il tasso di disoccupazione tende a ridursi quanto meno flessibile è il mercato del lavoro.

Questa evidenza è sufficientemente nota per stabilire che le misure di precarizzazione del lavoro non sono di fatto finalizzate all’aumento dell’occupazione, bensì a generare moderazione salariale. La moderazione salariale, a sua volta, serve a far crescere i margini di profitto soprattutto per le (poche) imprese esportatrici italiane, le cui esportazioni hanno un’elevata elasticità di prezzo. In tal senso, le misure di precarizzazione del lavoro costituiscono un potente dispositivo di divide et impera: spezzando i legami di solidarietà fra lavoratori, e dunque indebolendo il potere contrattuale delle organizzazioni sindacali, generano conflitti orizzontali, sotto forma di crescente competizione fra lavoratori. A ciò si può aggiungere – seguendo Marx – che le misure di moderazione salariale tendono ad associarsi a riduzioni del tasso di crescita della produttività del lavoro, per effetto di ciò che viene definito il «deterioramento della qualità della forza-lavoro». Marx (Marx 1972, 716 ss.) attribuisce questo effetto alla riduzione degli standard nutritivi. Oggi è più realistico ritenere che – oltre al fatto che, come rilevato in precedenza, precarietà del lavoro e compressione dei salari riducono l’incentivo delle imprese a innovare – il deterioramento della qualità del lavoro si genera (anche) attraverso la minore istruzione e la maggiore difficoltà di accesso alle cure mediche. Un effetto opposto può essere preso in considerazione, e di fatto Marx lo fa. Marx rileva che l’aumento della sovrappopolazione relativa può accrescere l’intensità del lavoro (per effetto della più credibile minaccia di licenziamento), determinando, per questa via, in un orizzonte di breve periodo, incrementi di produttività. Questi ultimi – osserva Marx – possono anche derivare dall’aumento del grado di divisione del lavoro e dall’aumento del tasso di rotazione del capitale (Marx 1972, 424 ss.).

Sul piano analitico, questa considerazione porta a concludere che mentre per le imprese è conveniente comprimere i salari reali nel breve periodo, non lo è nel lungo periodo, dal momento che la contrazione dei salari comporta riduzione della produttività e minori profitti futuri. Detto diversamente, vi è qui contraddizione fra ciò che interessa nell’immediato e ciò che potrebbe risultare conveniente in un orizzonte temporale più ampio.
 
 
5. La riduzione dell’occupazione favorisce politiche di precarizzazione del lavoro
 
Per le motivazioni individuate supra, il nesso fra variazioni dell’EPL e andamento del tasso di disoccupazione può anche essere letto nella direzione opposta. Ciò a ragione del fatto che, in condizioni di elevata disoccupazione, è basso il potere contrattuale dei lavoratori non solo nel mercato del lavoro ma anche nella sfera politica, così che a un elevato tasso di disoccupazione tende ad associarsi una politica del lavoro di segno ridistributivo, a svantaggio dei lavoratori. Questa congettura costituisce un’estensione della teoria marxiana dell’esercito industriale di riserva, per la quale i salari reali tendono a ridursi al crescere del tasso di disoccupazione, come conseguenza della compressione del potere contrattuale dei lavoratori. Si tratta di un’estensione di questa tesi, dal momento che traspone la medesima logica sul piano del conflitto nell’arena delle decisioni politiche. In altri termini, si può presumere che laddove il tasso di disoccupazione è elevato, è minore il potere contrattuale dei lavoratori, ed è più semplice per i capitalisti attuare misure di “disciplina” del lavoro. Qui, in particolare, accrescendone il grado di precarietà. La logica che è alla base di questo argomento la si ritrova anche in Kalecki (1943):
 

Il mantenimento del pieno impiego causerebbe cambiamenti sociali e politici che darebbero un nuovo impulso all’opposizione degli uomini d’affari. Certamente, in un regime di permanente pieno impiego, il licenziamento cesserebbe di giocare il suo ruolo come strumento di disciplina [disciplinary measure]. La posizione sociale del capo sarebbe minata e la fiducia in se stessa e la coscienza di classe della classe operaia aumenterebbero. Scioperi per ottenere incrementi salariali e miglioramenti delle condizioni di lavoro creerebbero tensioni politiche. È vero che i profitti sarebbero più elevati in un regime di pieno impiego di quanto sono in media in una condizione di laisser-faire; e anche l’incremento dei salari risultante da un più forte potere contrattuale dei lavoratori è più probabile che incrementi i prezzi anziché ridurre i profitti, e danneggi così solo gli interessi dei rentier. Ma la ‘disciplina nelle fabbriche’ e la ‘stabilità politica’ sono più apprezzate dagli uomini d’affari dei profitti. Il loro istinto di classe gli dice che un durevole pieno impiego non è sano dal loro punto di vista e che la disoccupazione è una parte integrante di un normale sistema capitalista. (Kalecki 1943)

In altri termini, letta in quest’ottica, la precarizzazione del lavoro è fondamentalmente uno strumento di disciplina dei lavoratori, che, riducendone il potere contrattuale nel mercato del lavoro e nella sfera politica, riduce la loro possibilità di orientare la politica economica.

Per verificare empiricamente questa ipotesi, si può procedere correlando l’andamento del tasso di disoccupazione con l’andamento dell’EPL, giungendo alla conclusione per la quale i) i tassi di disoccupazione influenzano negativamente gli indici EPL e ii) all’aumentare del tasso di disoccupazione l’indicatore EPL decresce costantemente di circa 0,019 punti[6].
Emerge, in definitiva, una relazione bi-direzionale: la precarizzazione del lavoro accresce la disoccupazione e la crescita della disoccupazione, indebolendo il potere contrattuale dei lavoratori nel mercato del lavoro e soprattutto nella sfera politica, rende possibili ulteriori misure di precarizzazione del lavoro. A ciò si aggiunge che l’espansione dell’EIR serve non solo a moderare le rivendicazioni salariali, ma anche a rendere il lavoro più precario. E la maggiore precarizzazione del lavoro, accrescendo il «potere di ricatto» (ovvero la credibilità della minaccia di licenziamento) verosimilmente accresce l’intensità del lavoro.
L’analisi qui proposta non accoglie l’ipotesi di Marx per la quale la concorrenza fra capitali, di norma, si eserciti attraverso l’aumento della composizione del capitale. Per contro, si è mostrato che, quantomeno nel caso italiano, la concorrenza si attua, di norma, mediante compressione dei salari (quantomeno nel caso italiano degli ultimi decenni) e che, per questa ragione, le imprese hanno sempre bisogno di accrescere il tasso di disoccupazione. E ne hanno bisogno anche per disciplinare i lavoratori non solo nell’unità produttiva (stabilendo i ritmi di lavoro, le modalità di sorveglianza, i diritti), non solo nel mercato del lavoro, ma anche e soprattutto nella sfera politica.

Vi è di più. Le politiche di precarizzazione del lavoro, che sono evidentemente associate alla moderazione salariale generata, a sua volta, dalla perdita di potere contrattuale dei lavoratori, hanno effetti di segno negativo sul tasso di crescita della produttività del lavoro, per effetto di fenomeni di deterioramento della qualità della forza-lavoro. Marx si sofferma su quest’ultimo aspetto nell’ultima parte della sezione su La legge generale dell’accumulazione capitalistica, imputando questo fenomeno essenzialmente al peggioramento degli standard nutritivi derivante dalla riduzione dei redditi da lavoro. È evidente che questa osservazione riflette le condizioni degli operai inglesi (e dei contadini irlandesi) ai tempi di Marx. Oggi, il medesimo effetto può generarsi, p.es., per la crescente difficoltà di accesso alle cure mediche o per la crescente difficoltà di accesso all’istruzione superiore – assumendo che l’istruzione sia una variabile rilevante ai fini della crescita della produttività[7].
 
 
6. EIR e salario di sussistenza
 
Il problema teorico che deriva dall’analisi fin qui svolta attiene al nesso esistente fra l’ipotesi marxiana per la quale il salario reale – nel lungo periodo – è fissato al livello di sussistenza e la tendenza fattuale per la quale il salario reale tende costantemente a declinare.

Si possono considerare, a riguardo, due linee interpretative.

Una prima linea interpretativa riconduce Marx alla c.d. teoria del circuito monetario. In estrema sintesi, questa teoria fa riferimento a queste assunzioni: i) il settore bancario ha il potere di creare liquidità; ii) la liquidità non viene messa a disposizione di qualsiasi soggetto indistintamente, ma viene concessa sotto forma di prestiti al settore delle imprese, sui quali ovviamente vien corrisposto un interesse (apertura del circuito); iii) le imprese utilizzano la liquidità ottenuta per acquistare forza lavoro e mettere in atto il processo produttivo; iv) una volta terminato il processo produttivo le imprese vendono il prodotto sul mercato e rimborsano alle banche il finanziamento ottenuto e gli interessi maturati (chiusura del circuito) (Graziani, 2003). In questo schema si assume che i salari siano anticipati in termini monetari, che i prezzi si determinino una volta terminato il processo produttivo e che, dunque, il salario reale sia noto ai lavoratori ex-post. Analiticamente, e seguendo Graziani (2003), si realizza questo risultato.

In The monetary theory of production (Graziani 2003, 101), si assume che i prezzi siano market clearing e che si formino in questo modo:
 
p= (1-s/1-b) [w/π]
 

Dove s è la propensione al risparmio, b la propensione all’investimento, w il salario monetario unitario e π la produttività del lavoro. Appare evidente che per qualunque valore assunto dal salario di sussistenza, nulla assicura che i valori della propensione al risparmio, della propensione all’investimenti e della produttività del lavoro siano tali da determinare un livello dei prezzi che, per un dato salario monetario, generi eguaglianza fra salario corrente e salario di sussistenza. Vi è poi un ulteriore problema di compatibilità con la teoria del valore di Marx. La formazione dei prezzi proposta da Graziani include di fatto variabili psicologiche in primis la propensione al risparmio – che dovrebbero essere escluse assumendo valida la teoria del valore-lavoro o anche solo una teoria del valore basata esclusivamente sui prezzi di produzione (cfr. Seccareccia 2003).

L’eguaglianza fra salario anticipato in moneta e salario di sussistenza (quantificato in termini reali) si realizzerebbe assumendo che all’inizio del periodo di produzione le aspettative dei lavoratori siano tali da ritenere che il salario reale determinato al termine del periodo di produzione eguagli quello precedentemente ottenuto, pari appunto al livello di sussistenza. In tali condizioni, è possibile legittimamente concludere che il caso generale che Marx considera è il caso nel quale le aspettative dei lavoratori siano pienamente confermate. Il che trova la sua ratio nel costo che le imprese sosterrebbero, per l’attivarsi del conflitto sociale, nel caso in cui non rispettassero questa eguaglianza (v. Bellofiore, Forges Davanzati e Realfonzo 2000). Bellofiore (Bellofiore e Fineschi 2009, 185 ss.) pone in evidenza il fatto che nel Capitale «i salari sono il dato conosciuto, ad un qualche livello di sussistenza, che è fissato dalle determinanti ‘storiche e morali’ e dal conflitto sociale» e che, in tal senso, Marx considera il solo caso nel quale «l’origine del plusvalore» viene indagata nella sua «purezza, e quindi assume che non ci sia, per così dire, inganno nei confronti dei lavoratori, e che essi ottengano ciò a cui hanno diritto secondo la ‘legalità’ del mondo delle merci». In tal senso, il salario reale è pari al salario di sussistenza perché si assume che vengano rispettate le aspettative dei lavoratori. Questa interpretazione è anche legittimata dal richiamo di Marx – nel libro primo del Capitale – a vincoli di ordine «morale» al prolungamento della giornata lavorativa e, di conseguenza, alla determinazione del salario. Da ciò si può dedurre che i) la tendenza alla compressione del salario di sussistenza dovrebbe derivare dalla propensione nei fatti dei capitalisti a violare le norme sociali che sono alla base (al livello di massima astrazione) della contrattazione salariale; ii) il salario di sussistenza si forma sulla base di una convenzione sociale che prescinde dall’andamento del salario corrente e che non si adegua a quest’ultimo. Si potrebbe, per contro, ribaltare il nesso, facendo dipendere, in una dinamica di lungo periodo, il salario di sussistenza dal salario corrente: in altri termini, se il salario viene fissato sistematicamente al di sotto del valore della forza-lavoro, è ragionevole attendersi che i lavoratori “rivedano al ribasso” le loro aspettative e che, per conseguenza, anche il salario di sussistenza si riduca. Sebbene questo nesso appaia plausibile come il primo, è al primo che Marx fa essenzialmente riferimento.

Una seconda soluzione, che viene qui proposta, si basa sulla considerazione stando alla quale, per Marx, il salario di sussistenza è una variabile socialmente e soprattutto storicamente determinata. La prima soluzione ha il pregio di tener conto della prima dimensione, lasciando tuttavia in secondo piano la rilevanza dei processi storici (e delle consuetudini) nella determinazione del salario. In tal senso, si può argomentare che il salario di sussistenza è il salario reale che i lavoratori hanno percepito in un tempo t-1 e che, al tempo t, rappresenta quanto costituisce il loro obiettivo di consumo. Assumendo che i lavoratori abbiano (e abbiano avuto) una propensione al consumo unitaria, in linea con Marx, si possono eguagliare il salario di sussistenza e il salario corrente, rispettivamente, al consumo di sussistenza (Ct-1) e al consumo corrente (Ct), dove entrambi sono tanto maggiori quanto maggiore è il “salario indiretto” generato dall’eventuale azione ridistributiva dello Stato. Se, ragionevolmente, si assume che Ct-1 sia, per così dire, “nella memoria” dei lavoratori occupati oggi e che rifletta quanto hanno percepito in un passato relativamente breve, si può giungere alla conclusione che, per effetto della concorrenza (laddove, soprattutto, essa si eserciti mediante compressione dei salari), valga la condizione Ct-1>Ct. È necessario precisare che questa soluzione non è esplicitamente presente negli scritti di Marx, e tuttavia può essere dedotta dall’evidenza testuale relativa al valore “normale” e “consuetudinario” del salario, oltre che dal richiamo alla determinazione storica del salario stesso. Fra i possibili riferimenti testuali, appare qui utile richiamare il seguente: «il minimo [valore del salario] segue un movimento storico e si avvicina sempre più a un livello assoluto più basso» (Marx 1847, 71; corsivo aggiunto) . Inoltre, nell’affrontare il tema delle «leggi del movimento del salario», Marx (1980 [1867], 613; corsivo aggiunto) rileva che «paragonando i salari nazionali, bisogna considerare tutti gli elementi che determinano la variazione della grandezza di valore della forza-lavoro, prezzo e volume dei primi bisogni vitali naturali e storicamente sviluppati». Come è noto, Marx (1980 [1894], 287), considera il prolungamento della giornata lavorativa fra le «cause antagonistiche» alla caduta del saggio del profitto, aggiungendo che la «riduzione del salario al di sotto del suo valore» va considerato «a titolo empirico», e che questo fatto costituisce «una delle cause più importanti che frenano la tendenza alla caduta del saggio del profitto».

Se si accoglie la tesi secondo la quale il salario effettivo tende a ridursi rispetto al salario di sussistenza, in un’ottica marxiana i lavoratori potrebbero reagire o mediante la conflittualità sociale o, laddove possibile, mediante una maggiore offerta di ore-lavoro o mediante l’indebitamento privato. Va osservato che, che nel Capitale sono presenti considerazioni, o intuizioni, su questo punto, sebbene secondarie nella sua costruzione teorica:
 

Ancora più assurdo e privo di significato è far intervenire il prestito, di case ecc., per consumo individuale. Che la classe operaia venga sfruttata anche in queste forme, e in un modo vergognoso, è evidente […]. È questo uno sfruttamento secondario, parallelo all’originario, che avviene direttamente nel processo di produzione. La distinzione fra vendita e prestito è qui soltanto formale, senza importanza, e appare essenziale solo a coloro che ignorano completamente i rapporti reali. (Marx, 1980 [1894], 692)

Nella forma estrema che questo fenomeno ha assunto negli ultimi anni, esso si presenta come ciò che Bellofiore e Halevi (2006) hanno definito il processo di «sussunzione reale dei lavoratori alla finanza e al debito».
 
 
7. Considerazioni conclusive
 
In questo saggio si è proposta una rivisitazione della teoria marxiana dell’esercito industriale di riserva basata sull’idea che questa teoria risulta teoricamente più robusta se concepita come non solo una teoria sul funzionamento del mercato del lavoro, ma anche come una teoria della politica economica. Traendo spunto dal contributo di Kalecki, si è suggerito che le fluttuazioni dell’EIR influiscono sia sul potere contrattuale dei lavoratori nel mercato del lavoro, sia – e soprattutto – sul loro potere nella sfera delle decisioni politiche. Si è verificata questa ipotesi con riferimento al caso italiano, giungendo alla duplice conclusione per la quale i] le politiche di precarizzazione del lavoro accrescono il tasso di disoccupazione e ii] l’aumento del tasso di disoccupazione rende possibili, via indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori nella sfera politica, accelerazioni nella direzione di ulteriori misure di precarizzazione del lavoro.
 
 
 
Note
 
*L’autore desidera ringraziare Lucia Mongelli (Università di Bari) per la cura della parte statistica, i cui risultati sono riportati nel par. 5. La metodologia utilizzata è disponibile su richiesta.
[1] La terminologia usata nel testo differisce spesso da quella propriamente marxista (e di Marx): p.e. tasso di disoccupazione, non senza qualche forzatura, è equiparato a sovrappopolazione relativa. La motivazione di questa scelta risiede fondamentalmente nel fatto che questo saggio si propone di utilizzare alcune categorie tratte dal Capitale per l’analisi di un problema delle economie contemporanee (la crescente precarizzazione del lavoro, in particolare in Italia), cercando di farsi comprendere dai pochi economisti mainstream ed eterodossi non marxisti interessati al tema. D’altra parte, per i marxisti che lo leggono non risulterà difficile ricondurre la terminologia utilizzata a quella propria del marxismo.
[2] Occorre chiarire che non è questa la sede per discutere la teoria marxiana dello Stato (anche ammettendo che Marx abbia formulato una teoria dello Stato) né per dar conto del dibattito successivo su questa questione. Si ritiene qui sufficiente rilevare che la direzione assunta dalla politica economica (e dalle politiche del lavoro, in particolare), è il risultato dei rapporti di forza all’interno del mercato (e del processo?) del lavoro.
[3] Marx fa esplicito riferimento alla «precarietà e irregolarità dell’occupazione» (Jonna and Foster 2016, 772).
[4] È stato fatto osservare (Carvern 1927) che la teoria marxiana dell’EIR presenta due criticità: 1. affinché il meccanismo ipotizzato possa essere operante occorre assumere assenza di concorrenza fra capitali. In altri termini, è il capitale nel suo insieme a determinare le fluttuazioni della sovrappopolazione relativa. Questa assunzione sembra in contrasto con la visione marxiana del mercato capitalistico come “anarchico”, luogo nel quale le scelte delle imprese sono separate ed autonome. 2. Occorre altresì assumere che l’introduzione di macchine non abbia costi, oppure che il profitto atteso sia sempre superiore al costo di acquisto degli impianti. Occorre tuttavia considerare che l’EIR è il risultato della concorrenza fra capitali che, stando a Marx, si esercita attraverso l’aumento della composizione del capitale. Stando alla medesima logica seguita da Marx, l’obiezione va respinta. In più, seguendo la linea interpretativa qui proposta, le fluttuazioni dell’EIR sono soprattutto l’esito di scelte di politica economica e, in particolare, delle politiche di precarizzazione del lavoro. Con riferimento al secondo aspetto, si tratta di considerare che l’avanzamento tecnico non è necessariamente la modalità normale attraverso la quale i capitalisti accrescono il saggio di sfruttamento. È semmai la riduzione dei salari reali – considerata da Marx una controtendenza – a costituire la modalità più frequentemente utilizzata dai capitalisti per far fronte alla concorrenza.
[5] La letteratura sul tema è estremamente ampia. Può essere sufficiente, in questa sede, rinviare alla rassegna contenuta in Forges Davanzati e Paulì (2015). In quanto segue, ci si concentra essenzialmente sul contributo degli economisti italiani, data la convinzione per la quale le basi teoriche delle “riforme” del mercato del lavoro attuate negli ultimi anni derivano in larga misura da loro elaborazioni teoriche e dalla loro attività di consulenza..
[6] Informazioni sulla metodologia utilizzata sono disponibili su richiesta.
[7] Quest’ultima considerazione si presta anche a un’analisi sul nesso esistente fra andamento del tasso di disoccupazione e ripartizione dell’onere fiscale. L’evidenza empirica, per tutti i Paesi OCSE, mostra che i sistemi tributari nel corso degli ultimi decenni hanno assunto sempre meno un profilo progressivo (al netto dell’evasione e dell’elusione fiscale, le famiglie con redditi alti pagano imposte tendenzialmente uguali o finanche minori delle famiglie con redditi bassi). Alla luce dell’interpretazione qui proposta, ciò dovrebbe dipendere dal forte sbilanciamento del potere contrattuale a favore del capitale, che, in base a quanto fin qui stabilito, dipende (anche) dall’aumento dei tassi di disoccupazione e che si traduce, in un meccanismo che si auto-propaga, in un aumento del tasso di disoccupazione.
 
 
 
Bibliografia
 
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